La Brexit segna un passaggio storico. Non è solo un Paese che abbandona l’Unione europea e non è solo il rispetto del mandato popolare in un’epoca in cui l’Europa appare dimenticarsi il significato del voto dei suoi cittadini. C’è anche dell’altro. Ed è il cambiamento di tutti i rapporti di forza all’interno dell’Unione europea, dal momento che Londra non era uno Stato membro qualsiasi dell’Unione europea, ma un attore estremamente importante nel gioco politico dell’Europa unita. Membro da sempre restio ad abbandonarsi all’integrazione totale voluta dai vertici di Bruxelles, il Regno Unito ha rappresentato per anni il contrafforte ideologico, strategico e politico all’asse franco-tedesco e alla fusione dei piani tedeschi con quelli dell’Unione. Dal Regno sono sempre arrivate indicazioni contrarie a un eccesso di Unione.

Ma questo non significa che il contributo di Londra sia stato minimo, dal momento che la Gran Bretagna molto spesso è stata invece incline a una maggiore coesione in senso liberista del mercato unico europeo, ha puntato fortemente sui progetti di innovazione all’interno dell’Europa,. e ha anche sostenuto l’allargamento dell’Ue verso Est in chiave di contrasto all’influenza russa nell’Europa orientale.

Questa direttrice della politica britannica ha fatto sì che all’interno dell’Ue si siano creati dei blocchi e dei rapporti politici in cui Londra era tutt’altro che pedine secondaria. Come ricorda Il Sole 24 Ore, ad esempio, non va sottovalutato l’asse che si era instaurato tra Regno Unito e Paesi Bassi in chiave di condivisione delle linee strategiche per il mercato europeo. Da parte dei Paesi Bassi l’idea è stata quella di consolidare la partnership commerciale con il Regno confermando la linea del mercato comune europeo e sponsorizzando direttive e regolamento che andassero nella direzione di un maggiore liberismo. L’assenza del Regno condurrà inevitabilmente a una maggior apertura dell’Aia verso altri Paesi europei che puntano a rigore economico e liberismo, con uno scacchiere europeo che vedrà perdere un’alleanza in grado di decidere le politiche commerciali del Vecchio continente. Il premier olandese Mark Rutte ha da tempo avviato una politica estera in grado di riequilibrare la perdita dell’alleato del nord-ovest, provando a intessere una trama con Paesi scandinavi e baltici. Ma la questione è tutt’altro che scontata. E pur tentando di formare una sorta di nuova Lega anseatica che sia votata al liberismo, peserà (eccome) la differenza di avere il Regno Unito nel proprio blocco.

Stessa sensazione che adesso avranno i membri dell’Unione europea appartenenti al blocco di Visegrad e quelli balcanici, che hanno sempre avuto a Downing Street un alleato sia in chiave anti russa che in chiave di allargamento verso Est. La questione, in questo caso, è molto più complessa. E porta a diverse analisi. Per quanto riguarda gli alleati baltici e di Visegrad. Sul fronte orientale europeo, il Regno è stato anche negli ultimi anni uno dei maggiori oppositori delle politiche di distensione tra Russia e Unione europea, e lo ha fatto sia come maggiore alleato degli Stati Uniti all’interno dell’Ue e della Nato, sia come Paese che ha da sempre l’obiettivo strategico di evitare il consolidamento del rapporto fra Mosca e l’Europa. Un blocco terrestre che è considerato il vero e proprio incubo strategico della Gran Bretagna al pari degli Stati Uniti. Evitare questa cementificazione dell’asse dell’Est è stato utile a tutti quei Paesi dell’ex blocco sovietico che vedono con orrore qualsiasi tipo di unità di intenti tra Russia e Europa centro-occidentale. Obiettivo che invece è da sempre sotteso alle logiche tedesche. Dall’altro lato, sul fronte balcanico, il Regno Unito ha giocato a favore dell’allargamento verso Est ma in questo senso aiutando, paradossalmente, proprio la strategia tedesca, visto che Berlino ha una struttura economica e infrastrutturale che ha l’obiettivo di allargare verso est e sud-est la propria influenza. Di fatto, Londra per via della sua logica anti russa e Berlino per la sua strategia nazionale hanno condiviso la stessa “missione” ma con prospettive diverse. Mentre oggi, senza il Regno Unito, i Paesi balcanici perdono un sostenitore forte del loro avvento in Europa e che rappresentava il tramite strategico con l’altra sponda dell’Atlantico e con la Nato.

In tutto questo, c’è chiaramente la Francia. Che proprio con le ultime mosse su Balcani e Libia ha dimostrato di seguire una sua strategia nazionale non per forza affine a quella tedesca, pur non rinunciando mai all’asse con la Germania in chiave economica. Parigi ha visto proprio in Londra (come del resto faceva Berlino) un valido alleato proprio per non soggiogare rispetto all’abbraccio di Aquisgrana. Specialmente in chiave di Difesa e sicurezza internazionale. Ma anche per evitare un eccesso di potere di Berlino. Per certi versi, Francia e Germania hanno per anni vissuto da innamorati ma con l’amante dall’altra parte della Manica, che serviva per dare un colpo al proprio partner. Ora non è più così.

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