Il cancelliere austriaco Werner Faymann si è dimesso. A seguito della clamorosa sconfitta elettorale subita dal suo partito, quello socialdemocratico, in occasione delle ultime elezioni di fine aprile, Faymann ha annunciato l’abbandono della propria carica istituzionale. Il suo rivale Norbert Hofer, esponente del partito conservatore e anti-immigrazione della Fpö (il Partito della Libertà) ha vinto con il 36% delle preferenze e parte così favorito per la vittoria al ballottaggio del 22 maggio. Quando sfiderà il secondo arrivato, l’ecologista sostenuto dai Verdi Alexander van der Bellen, che ha avuto il 20per cento.E’ la prima volta dal 1945 che l’Austria non avrà un presidente sostenuto dalla Grande Coalizione formata dai socialdemocratici e dal Centrodestra del Partito Popolare (Övp). Una novità, questa, che mostra chiaramente come le dinamiche politiche all’interno del Paese stiano subendo un’evoluzione profondamente diversa rispetto a quelle in corso nella vicina Germania. Dove, nonostante le perdite di consensi subite negli ultimi mesi dalla Grosse Koalition, la maggioranza capeggiata da Angela Merkel mantiene l’appoggio di un tedesco su due. L’affermazione dei movimenti euroscettici e populisti, inoltre, è significativa ma non determinante nell’incidere sugli equilibri politici nazionali. I dati mostrano infatti come la crescita di Alternative fuer Deutschland – il principale partito anti-sistema – sia dovuta ad una fuga di voti trasversale a tutti i partiti e non solo a da quelli della Cdu.A cosa si deve questa stabilità tedesca? Secondo Gabriele D’Ottavio, storico a autore di un libro sul successo di Angela Merkel, essa è principalmente figlia di  due fattori: in primis della fiducia nelle competenze che la maggior parte dei tedeschi attribuiscono alla Cancelliera; ma soprattutto della repulsione per i demagoghi che, per ovvi motivi storici, si è sviluppata all’interno dell’opinione pubblica.Dopo il 1945 la Germania è stata infatti oggetto di un’operazione politica e culturale di rielaborazione del proprio passato che ha portato al terrore di un ritorno a posizioni nazionalistiche che enfatizzino eccessivamente sulla propria identità etnica. Il senso di colpa ancora fortemente presente nel sentire comune – anche delle nuove generazioni –  è una forza di contenimento per  la crescita dei movimenti populisti. Lo stesso non si può dire per l’Austria, Paese storicamente di lingua ed etnia tedesca, dove gli ultimi risultati elettorali mostrano però come tale rielaborazione storica non abbia avuto gli stessi effetti. La “questione della colpa” (Schuldfrage) è molto meno sentita. A spiegare perché è Arthur Hirsh, direttore dell’Università Webster di Vienna e professore di storia e politica tedesca.Professor Hirsh, le elezioni in Austria mostrano come gli austriaci abbiano sviluppato una sensibilità molto diversa rispetto a quella dei tedeschi, nonostante le analogie linguistiche, storiche e culturali. A cosa si deve tutto ciò?Le origini di questa diversità risalgono all’immediato secondo dopoguerra. Mentre la Germania subiva una rielaborazione della propria storia a seguito delle tragiche evoluzioni che essa aveva avuto, tale processo in Austria fu quasi del tutto assente. La nuova classe dirigente scaricò sulla Germania tutte le colpe dei crimini commessi, compiendo un’operazione che peraltro avvenne in quasi tutti i Paesi europei, anche in Italia. Sia la destra che la sinistra non volevano prendersi le responsabilità della guerra e marcarono l’accento sul fatto di essere parte di uno Stato austriaco e non tedesco. Presentarono l’Austria come la prima vittima del nazionalsocialismo e descrissero l’Anschluss del 1938 come qualcosa avvenuto contro la propria volontà.Si trattò di un’interpretazione storica fedele?Assolutamente no. Fino a prima della capitolazione bellica la stragrande maggioranza degli austriaci si sentiva profondamente tedesca. Quando Hitler entrò in Austria nel 1938 non venne sparato un colpo di pistola, ma venne accolto da grandissime ed entusiastiche manifestazioni popolari. In dati mostrano come in Austria gli iscritti al partito nazionalsocialista fossero maggiori di quelli in Germania rispetto alla popolazione totale e che tali consensi si mantennero fino alla fine della guerra, anche perché le città austriache subirono bombardamenti a tappeto da parte dell’aviazione alleata comparabili a quelli che avvennero in Germania. Terminato il conflitto nel Paese vie era ancora un’opinione pubblica fortemente favorevole alle idee nazionalosocialiste ed essa rappresentava un bacino elettorale consistente. Né la destra né la sinistra che sorsero dopo il conflitto vollero così punire il proprio potenziale elettorato, per ciò scaricarono tutte le colpe sulla Germania e impedirono che venisse fatto un esame di coscienza profondo e sufficientemente critico.In Germania l’operazione di rielaborazione venne inizialmente promossa soprattutto dagli alleati che controllavano il Paese attraverso la famosa ‘opera di denazificazione’. Perché ciò non avvenne anche in Austria?Innanzitutto perché l’Austria era il un Paese conteso tra l’influenza americana e quella sovietica. Mentre la Germania venne divisa, definendo così una chiara linea di confine, in Austria la questione rimase pendente per anni. Questa contesa spinse gli alleati a non marcare l’accento sulla colpevolezza, per mostrare che i valori occidentali che stava tentando di radicare nel Paese potessero vincere su quelli proposti dai sovietici. L’operazione che venne compiuta fu quella di incentivare la nascita e la formazione di due partiti filo-atlantisti, uno Centrodestra (Övp)e uno di Centro Sinistra (socialdemocratici), che si spartissero l’elettorato e garantissero la stabilità all’interno del Paese. Non a caso questi due partiti hanno per decenni formato insieme una grande coalizione di governo, che effettivamente ha garantito ordine e progresso. Sotto questa apparente tranquillità, però, sono rimasti vivi nell’opinione pubblica sentimenti fortemente nazionalisti e identitari. Tali sentimenti non erano e sono diffusi solo nel popolo, ma anche nel mondo politico e accademico. La quasi totalità dei professori universitari, per esempio, era stata formata sotto il nazionalsocialismo e rimase al proprio posto anche dopo la guerra, mentre ai professori ebraici non vennero restituite le proprie cattedre. E’ in questa dimensione che si sviluppa la Fpö, un partito che sottolinea le radici tedesche degli austriaci e si pone in difesa di questa identità etnica.La Fpö è oggi il primo partito nazionale. Se i dati odierni si confermassero diventerebbe il partito di governo. A cosa è dovuta questa crescita?E’ un voto di protesta contro la grande coalizione. Destra e sinistra hanno governato insieme per decenni e vengono da molti considerati come la faccia della stessa medaglia. Entrambe europeiste, entrambe hanno adottato posizioni moderato rispetto alla crisi migratoria. L’immigrazione è oggi la problematica più attuale che viene rinfacciata alla maggioranza. Pur non essendo un fenomeno nuovo – in Austria i primi flussi sono iniziati nel 1989 e provenivano dai vicini Paesi dell’Europa dell’Est – essa viene oggi descritta come una forma di attacco all’identità degli austriaci. Soprattutto quella islamica, perché evoca paragoni con il passato, dato che l’Austria venne occupata per due secoli dai turchi che vennero scacciati nel 1683. In questo contesto la Fpö si pone come un partito anti-sistema che difende l’etnia austriaca dagli attacchi che i partiti tradizionali hanno sottovalutato. E i risultati elettorali li stanno favorendo.Potrebbe ciò aprire un nuovi dibattito sulla Schuldfrage (questione sulla colpevolezza ndr )? Tale questione è già stata aperta a partire dal 1986, quando la leadership del partito venne presa in mano da Joerg Haider, che lo trasformò da movimento tendenzialmente liberale per aderire ad una sorta di populismo nazionalista. Ciò nonostante l’opinione pubblica austriaca ha dimostrato di non essere così avvera a tali fenomeni come quella tedesca. Non dobbiamo dimenticare che l’Austria vive tutt’oggi in prima persona dibattiti incentrati sulla questione etnica. Quella più forte è quella del Sud Tirolo, la cui annessione al Paese viene percepita come legittima anche da gran parte della classe dirigente, tanto che il segretario del partito Heinz-Christian Strache si è detto favorevole a concedere il diritto di voto ai sudtirolesi per le prossime elezioni austriache. Oggi la Schuldfrage non è un dibattito particolarmente attuale.Quali potrebbero essere gli scenari per il futuro? Che effetti potrebbe avere un’eventuale svolta a destra dell’Austria sulla Germania?La Fpö vanta oggi di un forte consenso, di circa il 35per cento. La sinistra è allo sbando, con solo l’11per cento dei voti, e i dati mostrano che la maggior parte del proprio elettorato tradizionale vota la destra, che non ha un’opposizione credibile. Ci sono quindi tutti gli elementi che potrebbero portare alla formazione di un governo conservatore ed euroscettico. In Germania la situazione è diversa. La Fpö non ha rapporti ufficiali con alcun partito tedesco, per i quali il senso di colpa rappresenta ancora un tema centrale. La crescita dei populismi in Germania, come Pegida e Alternative fuer Deutschland, è un fenomeno molto recente, che non è assolutamente paragonabile con il radicamento di cui vantano quelli austriaci. Si pensi solo che la Germania sta promuovendo la rinascita della comunità ebraica di Berlino, concedendo immediatamente i visti agli ebrei degli ex Paesi sovietici che vogliano stabilirsi nella capitale. Cosa che mostra come il passato non passi e che la Schuldfrage abbia un ruolo ancora determinante. In Austria non è così.@luca_steinmann1

Articolo di Luca Steinmann