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Si chiamano armi atomiche non strategiche – nonstrategic nuclear weapons – dette altrimenti armi “tattiche” e gli Stati Uniti, come evidenziato dalla Nuclear Posture Review pubblicata lo scorso febbraio, intendono rifornisene per riempire nuovamente i propri arsenali.

Le armi atomiche a basso potenziale, o tattiche per l’appunto, sono sempre state a disposizione delle due superpotenze durante la Guerra Fredda: esse erano montate su diversi “vettori” quali missili campali, bombe a caduta libera, mine terrestri e perfino proiettili d’artiglieria.

L’impiego teorizzato di queste particolari armi nucleari era confinato sul campo di battaglia: una mina terrestre a carica atomica piazzata in una valle o in un altro passaggio obbligato, ad esempio, avrebbe potuto fermare una intera offensiva di forze corazzate e rallentare una seconda eventuale avanzata costringendo il nemico a prendere misure contro la ricaduta radioattiva (il “fallout”). Questa strategia era anche stata pensata negli anni ’50 e ’60 per fermare le possibili direttrici di avanzata degli eserciti del Patto di Varsavia nell’Italia del nord-est.

Nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione sovietica e la cessazione della minaccia di una guerra globale tra i due blocchi, Mosca e Washington ritirarono ed eliminarono dai propri arsenali la maggior parte delle loro armi nucleari non strategiche.

Gli Stati Uniti, oggi, hanno circa 500 di questi ordigni, di cui 200 sono dislocati in Europa in basi in Turchia, Belgio, Olanda, Germania e Italia. Queste sono le bombe a caduta libera modello B61 nella loro ultima variante recentemente entrata in servizio, la B61-12, con di 50 kton (la mod. 11 aveva una potenza selezionabile tra gli 0,3 ed i 170 kton), più di 4 volte la potenza di quella che distrusse Hiroshima.

Secondo le stime degli analisti, invece, la Russia disporrebbe di un numero di armi atomiche non strategiche che varia tra le mille e le 6mila unità.

Questi ordigni, montabili anche su missili da crociera aviolanciabili, non rientrano nel trattato Inf sulle forze nucleari intermedie, in quanto l’accordo prevede che solo i missili balistici e da crociera basati a terra e le loro infrastrutture di lancio siano eliminati: bombe a caduta libera, e missili da crociera lanciati da aerei e sottomarini, quindi, non sono compresi.

Proprio in questa direzione sta andando la nuova Nuclear Posture Review americana con la finalità di compensare il divario numerico che separa Washington da Mosca in merito a questi ordigni.

La Russia, infatti, già a partire dal 2000, ha preso in considerazione la dottrina “escalate to deescalate”, ovvero quella di utilizzare armi atomiche a basso potenziale sul campo di battaglia per arginare le forze preponderanti del nemico in modo tale da non dover impiegare le armi strategiche, più potenti, e causare un attacco totale di rappresaglia, ovvero un’escalation nucleare, ma sarebbe più logico chiamarlo “olocausto nucleare”.

La dottrina a ben vedere non è affatto nuova. La Nato, per far fronte alla superiorità numerica delle forze corazzate sovietiche e del Patto di Varsavia, prevedeva appunto l’utilizzo di armi nucleari tattiche in Europa e di colpire con contrattacchi mirati le linee di rifornimento ed i centri C3 del nemico.

Mosca sembra quindi aver recuperato e fatto propria quest’idea, evidentemente per sopperire alle lacune delle proprie forze convenzionali che, numericamente parlando, non sono più quelle dei tempi dell’Unione Sovietica, e acquisire così il vantaggio tattico sul campo di battaglia.

Un rischio calcolato, sembrerebbe, dato che nei piani del Cremlino si prevede che le forze occidentali sarebbero costrette ad usare tutto il loro potenziale convenzionale per non ricorrere alle forze nucleari strategiche, il cui impiego significherebbe scatenare un conflitto globale totalmente distruttivo e quindi inaccettabile.

Per questo motivo gli Stati Uniti stanno cercando di rincorrere la Russia sul suo stesso piano ed hanno avviato un primo progetto finanziato con 48,5 milioni di dollari nei prossimi 5 anni per lo sviluppo di una nuova testata a basso potenziale per i propri Slbm così come per la costruzione di nuove testate per missili da crociera lanciati da aerei o unità navali.

A destare particolare preoccupazione tra gli analisti, però, è proprio la decisione di modificare le testate degli Slbm. Secondo alcuni, infatti, la Russia una volta individuato un lancio di un missile di tal tipo da un sommergibile, non potrebbe sapere che tipo di testata stia montando, se a basso o alto potenziale, e quindi potrebbe reagire lanciando un attacco massiccio di rappresaglia anche perché l’utilizzo limitato di un tale sistema non sarebbe evidente sino al momento dell’impatto, cosa inaccettabile in una guerra atomica.

Inoltre è stato sollevato un problema non da poco: al momento del lancio viene rivelata la posizione del sottomarino esponendolo così ad un attacco da parte del nemico, cosa che metterebbe a rischio la capacità di deterrenza strategica in caso di un lancio di missili a basso potenziale, anche considerando la “ridondanza” ovvero il dispiegamento di più unità sottomarine in grado di colpire gli stessi obiettivi.

Dal mero punto di vista strategico, inoltre, non è così garantito che condividere la dottrina “escalate to deescalate” eviti un conflitto di più vasta scala: il senatore dem Jack Reed della Commissione dei Servizi Armati ritiene che una risposta nucleare di “basso profilo” ad un primo attacco russo di tal tipo possa comunque “sfuggire di mano” e portare ad uno scambio di armi di maggior potenza, eventualità che riteniamo sia molto plausibile dato che in un conflitto di questo tipo le informazioni provenienti dal campo di battaglia e dalle altre forme di sorveglianza verrebbero rapidamente deteriorate per la natura del conflitto stesso lasciando i contendenti fondamentalmente quasi all’oscuro: a quel punto un semplice lancio di un missile da crociera o di un Slbm, come abbiamo già visto, potrebbe innescare una reazione spropositata, senza considerare che un attacco con un ordigno atomico, sebbene a basso potenziale, su un centro di comando e controllo sito in o nei pressi di una grande città – come ce ne sono molti – richiederebbe un attacco di rappresaglia avendo coinvolto la popolazione civile inerme.  

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