Georgette Mosbacher, ambasciatrice degli Stati Uniti a Varsavia, in un tweet ha avvisato il governo tedesco che “la Polonia rispetta l’impegno a stanziare il 2% del Pil (per la Difesa n.d.r) secondo gli obblighi Nato. La Germania invece no. Saremmo lieti di dare il benvenuto in Polonia ai soldati americani di stanza in Germania”. Quasi contemporaneamente le ha fatto eco l’ambasciatore americano in Germania Richard Grenell, che tramite un messaggio ufficiale, ha fatto sapere che “è davvero offensivo dare per scontato che i contribuenti americani debbano continuare a farsi carico dei 50mila e più militari americani in Germania, mentre i tedeschi spendono il loro avanzo di bilancio su programmi nazionali”.

Washington decide così di aprire ufficialmente le ostilità con Berlino dopo mesi e mesi in cui la Casa Bianca ha cercato di riportare a più miti consigli il governo tedesco su questioni scottanti che non riguardano solo gli adempimenti degli obblighi dei Paesi europei in merito al raggiungimento del famoso 2% del Pil da stanziare per la Difesa.

Tra Usa e Germania rapporti tesi

Le parole degli ambasciatori sono solo l’ultima mossa del presidente Donald Trump esasperato dalla condotta di Berlino: il suo atteggiamento ambiguo riguardo alla politica della Casa Bianca verso la Russia non è affatto stato digerito dagli Stati Uniti, che stanno cercando di impedire che Mosca porti a termine il contratto per la costruzione di un’importante pipeline, il Nord Stream 2, che andrà a raddoppiare la fornitura di gas destinata all’Europa via Germania.

Pochi giorni fa, infatti, c’è stata l’approvazione presso il Senato Usa di un provvedimento che punisce quelle compagnie che intendano fornire aiuto alla Gazprom, la compagnia di Stato russa leader nel settore idrocarburi, per la costruzione del gasdotto incriminato. Solo l’ultimo provvedimento di Washington per cercare di limitare l’afflusso del gas russo in Europa e così poterlo sostituire con il proprio gas di scisto (gas shale), il cui surplus di produzione insieme ad un mercato dei prezzi “drogato”, provocherà l’esplosione di una nuova “bolla finanziaria” qualora non venisse largamente commercializzato.

La Germania ha poi rifiutato di prendere parte alla coalizione multinazionale, promossa da Washington, che invierà una task force nel Golfo Persico per far fronte alla nuova “crisi delle petroliere” nello Stretto di Hormuz e contrastare l’attività militare iraniana. Il tentativo americano in questo particolare caso è chiaro: spezzare il fronte europeo franco-tedesco che sta cercando in tutti i modi di impedire che gli accordi sul nucleare dell’Iran, il Trattato Jcpoa, vengano definitivamente accantonati.

A turbare Washington c’è anche una questione degli approvvigionamenti militari: Berlino è definitivamente lanciata, insieme a Parigi, nella costruzione di un proprio velivolo di quinta (o sesta) generazione che prende il nome di Fcas (Future Combat Air System). Questa decisione è stata maturata nel corso dell’ultimo anno dopo che, proprio la Germania, aveva inizialmente dimostrato di essere interessata all’F-35 per sostituire la linea di cacciabombardieri della Bundesluftwaffe ora composta dal Tornado, destinato presto ad essere ritirato dopo 40 anni di onorato servizio.

Il senso della critica dell’ambasciatore americano a Berlino va ricercato proprio qui: quando dice che “i tedeschi spendono il loro avanzo di bilancio su programmi nazionali” si fa portavoce delle lamentele della Casa Bianca – e del Pentagono – che accusano l’Europa di non comprare abbastanza sul mercato Usa degli armamenti e di aver iniziato una nuova politica, a detta loro “protezionista”, per le costruzioni di nuovi sistemi d’arma.

Accuse di protezionismo molto ipocrite, peraltro, stante i regolamenti americani per le industrie europee che intendono partecipare alle forniture per la Difesa Usa. Per dare un’idea di quanto accada oltre Atlantico basti ricordare che un’industria europea per operare negli Stati Uniti nel settore della Difesa deve legarsi ad una società americana che detiene la maggioranza della proprietà, deve cedere gli eventuali brevetti per le nuove tecnologie, e deve assumere manodopera locale. Non proprio condizioni “liberiste”.

Il 2% del Pil per la Difesa come chiave dell’America First

La questione dell’aumento del bilancio della Difesa sino al 2% del Pil per i Paesi membri della Nato, ed in particolare europei, si inquadra perfettamente nella duplice volontà di Washington di disimpegnarsi dal ruolo di garante della sicurezza in Europa e di cercare di ampliare il proprio mercato degli armamenti.

In sostanza la dottrina trumpiana dell’America First, in Europa, prevede sì una maggiore responsabilizzazione degli Alleati per quanto concerne la disponibilità di risorse e quindi la possibilità di avere più asset da impiegare, ma solo in funzione dell’acquisto degli stessi negli Stati Uniti. In sostanza: l’Europa deve spendere di più ma solo per comprare americano.

Esiste comunque un problema non trascurabile avulso da questa visione: l’Europa è, ancora una volta, frazionata per quanto riguarda la Difesa. C’è troppa disparità nelle risorse del bilancio destinate a questo settore tra i Paesi europei e solo pochi hanno raggiunto il traguardo del 2% del Pil (Estonia, Grecia, Polonia, Lettonia, Lituania, Uk), che comunque, a prescindere dalle recriminazioni americane e del loro intento, è fondamentale a fronte del mutato quadro strategico internazionale, con nuove e vecchie minacce di tipo diverso che mettono a serio rischio non solo la sicurezza dell’Europa ma anche il concetto stesso di potenza europea.

Spiragli di una politica unitaria si sono visti con Pesco e con l’Edf (l’European Defense Fund), programmi europei di cooperazione internazionale che hanno avuto un grosso balzo avanti proprio grazie a Brexit, essendo il Regno Unito sempre stato ostile all’integrazione comunitaria delle Forze Armate e dei programmi di sviluppo. Purtroppo però manca una vera integrazione delle specifiche con i vari partecipanti che tirano acqua al proprio mulino ed esistono ancora troppe rivalità interne, dovute sia al protagonismo di certi attori, come la Francia, sia al temporeggiare di altri, come l’Italia colpevolmente ritardataria e che è sembrata aver dimostrato scarso interesse.

Esiste poi un rischio da non sottovalutare per quanto riguarda il caso tedesco. La Germania al momento ha un livello generale delle Forze Armate che viene ritenuto, dallo stesso Stato Maggiore, non sufficiente a garantire la sicurezza del Paese: l’efficienza delle Forze Armate negli ultimi quattro anni, nonostante l’incremento dei fondi stanziati, è peggiorata invece di migliorare. Senza contare la mancanza di “vocazione militare” dei tedeschi che ha portato ad estendere l’arruolamento agli stranieri e ai minorenni l’arruolamento per tappare i buchi del fabbisogno dei propri effettivi.

Nonostante queste evidenti e pesanti lacune, la Germania è il Paese che, proprio grazie alla sua economia molto forte, se dovesse raggiungere il famoso 2% del Pil per la Difesa (nel 2018 era fissato all’1,23%, l’Italia, come termine di paragone, era all’1,15) si candiderebbe a diventare egemone in Europa nel campo dei programmi militari, surclassando quasi sicuramente anche la Francia con la quale ha comunque stipulato importanti trattati di cooperazione. Siamo davvero sicuri di volere una Germania così forte in Europa stante le divergenze di visione strategica che ha dimostrato nei confronti dell’Italia e di altri Paesi “Mediterranei”? Non è sbagliato forse ritenere che vada messo un tetto alle spese militari slegato da una mera percentuale rispetto al Pil.

Un’Europa divisa dalla russofobia

Esiste però un altro fattore da tenere presente nella nuova politica di Washington per l’Europa. L’ingresso nella Nato dei Paesi dell’ex blocco del Patto di Varsavia, ha aperto un nuovo fronte di tensione con la Russia, che si sente minacciata dall’espansione verso est dell’Alleanza Atlantica, ma ha messo in evidenza la russofobia proprio di quegli stessi Paesi un tempo ricadenti nell’orbita sovietica, e gli Stati Uniti sono stati chiamati a dare garanzie in questo senso.

Non sbaglia chi individua un nuovo fronte interno, lungo la linea dell’Oder-Neiße, che separa un’Europa russofobica – quella orientale – da una che non lo è, quella occidentale (fatto salvo per il Regno Unito) capitanata proprio dalla Germania.

Non è affatto una sorpresa che l’ambasciatrice americana a Varsavia abbia voluto dare “il benvenuto in Polonia ai soldati americani di stanza in Germania”: il processo di spostamento delle basi Usa dall’Europa occidentale a quella orientale è in atto già da tempo, da prima dell’avvento di Trump alla Casa Bianca, motivato sia dalla necessità strategica di avere asset vicini alla linea del fronte, sia dall’esplicita richiesta dei governi dell’Europa orientale, Polonia in testa.

Esiste infatti l’Edi (European Deterrence Initiative), evoluzione del programma Eri (European Reassurance Initiative) voluto dall’amministrazione Obama quando nel 2015, a seguito della crisi ucraina, Washington ha stabilito di rafforzare la propria presenza nell’Europa Orientale per rassicurare quei Paesi che più si sono sentiti minacciati dalla condotta della Russia.

Edi prevede tutta una serie di provvedimenti per implementare la capacità di deterrenza Usa nell’ambito Nato e per continuare le attività pluriennali connesse all’Eri come ad esempio l’esercitazione “Atlantic Resolve”. Tra questi provvedimenti c’è appunto l’apertura di nuove basi in Europa Orientale e lo spostamento di intere divisioni da quella Occidentale, Germania inclusa.