Nel primo giro di nomine che ha portato alla strutturazione del suo esecutivo, Mario Draghi non ha sciolto la riserva su alcune nomine pesanti per completare l’organico del suo governo, composto ad ora da 23 ministri, specie nel contesto dell’equipe che affiancherà a Palazzo Chigi il premier e il sottosegretario Roberto Garofoli.

In particolare, nel contesto della presentazione del governo, spiccavano l’assenza di un’autorità delegata alla gestione dei servizi segreti, la cui nomina è stata oggetto di una forte discussione politica nella fase finale del governo Conte II, di un ministro o sottosegretario con delega agli Affari europei, posizione strategica nel contesto delle negoziazioni per il Recovery Fund e di un titolare delle questioni sportive, che ha assunto valenza primaria in vista dell’organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2026. A cui si aggiungono le deleghe che puntualmente arrivano nel giro di valzer della scelta dei sottosegretari del governo, come quella all’Editoria (che per Tpi potrebbe andare all’ex direttore generale della Rai Maurizio Masi). Ma soffermiamoci sui dossier più scottanti: quelli su cui Draghi ha per ora tenuto per sé le deleghe, riservando a Palazzo Chigi la decisione definitiva sull’eventualità di cederle o meno a figure terze.

Draghi non cederà la delega ai servizi?

La questione della nomina di un’autorità delegata alla sicurezza della Repubblica e al coordinamento dei servizi segreti è tornata sul tavolo dopo la fine della fugace esperienza dell’ambasciatore Pietro Benassi, in carica nelle ultime giornate del Conte-bis. Tale casella rappresenta chiaramente la più pesante tra quelle che Draghi deve ancora colmare, e non è escluso che nella prima fase del suo esecutivo il premier le mantenga per sé, per un’ampia gamma di ragioni.

In primo luogo, per evitare l’errore di Conte, cioè far entrare nel processo di negoziazione sulla composizione o il rimpasto del governo una struttura super partes come i servizi; in secondo luogo, per poter meglio prendere consapevolezza di una materia estremamente tecnica e sensibile; infine, per dare il segno di un cambio di passo nell’affidabilità di Palazzo Chigi. Le manovre autoreferenziali e i “giochi di spie” di Conte avevano minato il patrimonio di fiducia tra autorità politica e intelligence, finendo giocoforza per portare allo scoperto la rilevanza istituzionale della battaglia per il coordinamento dei servizi. Draghi, uomo discreto, potrebbe legittimamente pensare che allontanare momentaneamente dai riflettori della politica quotidiana i servizi e riconsegnarne le figure di riferimento alla dovuta discrezione e riservatezza che le forti necessità operative impongono.

Due dossier non secondari

Complementare alla questione dei servizi segreti vi è quella relativa alle altre deleghe di peso che condizioneranno settori importanti dell’azione dell’esecutivo negli anni a venire.

La questione degli Affari europei è decisamente strategica. Conte, ai tempi del governo gialloverde, tenne per sé per alcuni mesi la delega dopo il passaggio di Paolo Savona dal governo alla Consob, mentre dopo il breve passaggio del leghista Lorenzo Fontana nel secondo governo è stato un dem di peso, Enzo Amendola, a ricoprire la carica con rango ministeriale. Draghi è, in un certo senso, “Mister Europa” per eccellenza in Italia e ha già dato chiaramente l’idea di voler concentrare il dossier più caldo del versante economico, la preparazione del Recovery Fund, su una ristretta cerchia di ministri tecnici (Colao, Bianchi, Giovannini, Cingolani) scelti assieme al Quirinale. La delega agli Affari europei risulta quasi “sovrabbondante” con Draghi a Palazzo Chigi e potrebbe dunque perdere dignità ministeriale, vedendo la scelta di un sottosegretario di coordinamento tra Draghi e i ministri chiamati a decidere del Recovery o restando accorpata alle prerogative del premier.

Parallelamente al dispiegamento del Recovery Fund, l’Italia dovrà iniziare la procedura di organizzazione delle Olimpiadi invernali di Milano e Cortina d’Ampezzo del 2026 e sminare definitivamente il sentiero per far venire in meno il rischio delle sanzioni del Comitato olimpico internazionali, critico dell’organizzazione istituzionale del Coni, che potrebbero far perdere a Roma sia la possibilità di sfilare con la bandiera in estate alle Olimpiadi di Tokyo che, in extrema ratio, i giochi futuri. La questione è stata tra le più divisive delì’ultima fase del Conte-bis, e con lo stesso ideale di “pacificazione” Draghi non ha ancora scelto se affidare la delega a una figura ad hoc o seguire la scelta del governo Conte I, in cui le politiche sportive rimasero in capo a Palazzo Chigi per mezzo del sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti. Va da sé che il principio della prudenza e la necessità di mettere attorno al tavolo enti come il comune di Milano e la regione Veneto governati da partiti a lungo rivali ma ora alleati nell’ampia maggioranza di governo chiama alla cautela.

Il metodo Draghi appare dunque ispirato alla cautela e alla volontà di conciliare responsabilità istituzionali e appetiti politici: l’obiettivo, nel contesto dell’assegnazione delle deleghe, appare centrato maggiormente sull’avvio concerto di progetti operativi (il ritorno dei servizi alla discrezione operativa, l’avvio del Recovery, la spinta all’organizzazione dei Giochi) piuttosto che sulla scelta di nomi e responsabili. Come a voler ricordare che l’obiettivo è mettere in moto nel migliore dei modi la macchina dello Stato, trasversale a governi e maggioranze, per metterne alla prova efficienza e capacità operativa. Scegliendo solo in un secondo momento se e in che misura delegare prerogative e responsabilità di vario ordine.