Il Super Tuesday può coincidere con l’ultimo duello tra due correnti di pensiero. Joe Biden e Bernie Sanders sono perfetti come protagonisti di questa storia. Moderatissimo e pragmatico il primo, massimalista, socialista ed utopistico il secondo: Eraclito sosteneva che un polo non potesse sopravvivere senza la persistenza del suo contrario, ma nella nottata di oggi uno dei due dovrà pur lasciare qualcosa per strada.

Chi ottiene il maggior numero di delegati in questa tappa delle primarie, di solito, stacca tre quarti di biglietto per la nomination che vale la candidatura alla Casa Bianca. Quello che è accaduto in queste ore ha già sconvolto le previsioni: Joe Biden, dopo il trionfo in South Carolina, ha incassato tre “sì”. Pete Buttigieg, che si è ritirato per mancanza di fondi, Amy Klobuchar e Beto O’Rourke si sono presentati a Dallas nel corso della serata di ieri, annunciando in pubblico il dirottamento delle loro preferenze sull’ex vicepresidente di Barack Obama. Prima di allora, sembrava difficile che Joe Biden potesse tornare competitivo. Tutto, andamento dei sondaggi alla mano, suggeriva come Michael Bloomberg potesse rappresentare l’unica alternativa percorribile al radicalismo liberal dilagante.

Invece i moderati si sono compattati attorno al loro Ettore, certificando di saper fare squadra al momento della verità. Bloomberg, che è a sua volta un moderato, è percepito come un esterno. Una sorta di Donald Trump che ha scelto di abitare nell’altro campo. E questo dettaglio spaventa i vertici partitici. Achille, che nella nostra narrativa corrisponde al senatore del Vermont, non è più tanto certo della vittoria. Elizabeth Warren, la principale competitor nel campo della “new left”, non si è affatto ritirata. Anzi, la senatrice del Massachusetts sta rilanciando, mentre i centristi hanno reso la vita più semplice agli elettori moderati: Biden o sconfitta interna. La variabile Bloomberg, dopo il taglia-fuori di queste ore, può essere ridimensionata. Ma bisognerà comunque aspettare gli esiti elettorali di ogni singolo Stato prima di emettere sentenze.

Certo, lo spontaneismo strategico è un elemento della politica americana. Ma l’innesco di un effetto domino così palese, con tutte queste dichiarazioni di sostegno verso Biden in poche ore, fa pensare. Gli Obama e i Clinton, che contano ancora molto, soprattutto in termini d’influenza economica, potrebbero aver deciso da che parte stare: con Biden, appunto.

La Warren, che sembrava essere stata scelta da Barack Obama nelle prime fasi di queste primarie, è stranamente ancora della partita. Si tratta di un altro dettaglio che avvalora la tesi di Trump. Quella secondo cui i Dem starebbero lavorando per impedire che Bernie Sanders arrivi trionfante alla convention estiva. La senatrice pesca del resto dallo stesso elettorato del “vecchio leone” E la “mano invisibile” che ha mosso questa operazione può essere quella della vecchia gestione obamiana. Si comprenderà qualcosa di più quando verranno fatti i nomi dei candidati come vice-presidente: Biden ha già allargato le braccia in direzione di Michelle. Sanders, quasi all’improvviso, si è ritrovato accerchiato. Ma la sfida di stanotte – come premesso – non riguarda soltanto gli uomini.

Joe Biden e Bernie Sanders sono due simboli. Il primo è espressione di una dottrina politica, quella più legata all’establishment, che sembrava destinata alla sparizione. Il secondo, d’altro canto, è l’incarnazione dell’egualitarismo economico-sociale. Il Super Tuesday, allora, diviene così un duello all’ultimo voto tra le due principali ideologie che si stanno contendendo il centrosinistra negli States, ma anche nell’intero Occidente.

Keir Starmer contro Jeremy Corbyn; Matteo Renzi contro Nicola Zingaretti; Emmanuel Macron contro Jean Luch Mélenchon. Il paradigma è sempre lo stesso. E chi vince le primarie americane, comunque vadano le presidenziali, è destinato a dettare tempi e temi anche in Europa.

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