Dopo che il Congresso nazionale del popolo, cioè la camera legislativa cinese, ha dato il suo via libera alla legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, l’ex colonia britannica è finita al centro di una diatriba internazionale. La nuova riforma legislativa, che non richiede l’approvazione del Parlamento hongkonghese, potrebbe, per la prima volta, portare all’apertura di agenzie di sicurezza cinesi a Hong Kong e al dispiegamento ci personale cinese incaricato di difendere la sicurezza nazionale della megalopoli.

Come ha scritto l’agenzia Xinhua, la legge appena passata considera un reato l’ingerenza straniera, il separatismo e la sedizione. Gli Stati Uniti si sono detti pronti a revocare lo statuto speciale di Hong Kong, accusando Pechino di aver calpestato l’indipendenza del “porto profumato”. Questo significa che la città rischia di non poter più godere né di tariffe più basse rispetto al resto della Cina né di alcun tipo di privilegio finanziario.

Ricordiamo che Hong Kong è sempre stata esente dalle tariffe americane per un vecchio accordo denominato United States-Hong Kong Policy Act. Detto altrimenti, la città, in termini di esportazione commerciale ed economia, è sempre stata trattata diversamente dal resto della Cina continentale. Considerando che Hong Kong è un hub economico-finanziario fondamentale nella strategia di crescita cinese, Washington ha scelto di usare il pugno duro.

La “nuova Hong Kong”

La mossa americana, almeno sulla carta, punta a togliere alla Cina un avamposto ricchissimo che, nel corso degli anni, ha permesso al Dragone di attirare multinazionali straniere e stringere accordi milionari con mezzo mondo. I funzionari della Casa Bianca hanno pensato che, silenziando Hong Kong, Pechino avrebbe perso una fonte di sostentamento economica di vitale importanza. Peccato che il governo cinese abbia già trovato una valida alternativa all’ex colonia britannica. O meglio: il Dragone è pronto a investire su una nuova area.

In un primo momento sembrava che tutto fosse pronto per trasformare Shenzen nella nuova Hong Kong. Adesso i riflettori si sono spostati sull’intera provincia di Hainan, un’isola situata nel Mar cinese meridionale. Secondo quanto riferisce il South China Morning Post, Pechino ha già delineato il piano per rendere Hainan un “porto di libero scambio” in tutto e per tutto simile a Hong Kong. Entro il 2035 la provincia beneficerà niente meno che di un’aliquota fiscale ridotta, ingenti libertà commerciali, investimenti, flussi di capitali e di una burocrazia semplificata in grado di attirare le aziende straniere.

Il piano di Pechino

Il governo ha dichiarato che il piano è stato “pianificato e promosso direttamente dal Segretario Generale Xi Jinping”. Scendendo nel dettaglio, i circa 35mila chilometri quadrati dell’isola godranno di un’aliquota dell’imposta sul reddito per persone e aziende selezionate al 15%. Come se non bastasse Pechino consentirà a turisti e uomini di affari di ottenere il visto in maniera più semplice.

Le “Hawaii della Cina” – così viene definita la provincia – sono situate a circa 500 chilometri da Hong Kong e si estendono su una superficie 30 volte più grande di quella occupata dall’ex colonia britannica. Certo, la strada per rendere Hainan la nuova Hong Kong è ancora in salita, visto che l’isola, abitata da 9,5 milioni di persone, vale lo 0,5% del pil cinese.

Nel frattempo anche il People’s Daily si è dedicato alla questione. “Il Paese – ha dichiarato Li Guanghui, esperto del China Institute of Free Trade Area Strategy – ora ha bisogno di un’altra finestra per un più alto livello di riforma e apertura, proprio come Shenzhen negli anni ’80. Stabilire il porto di libero scambio di Hainan è una mossa strategica nella nuova era”.

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