Forse ai più il Bahrein è conosciuto per il Gran Premio di Formula Uno che si svolge in questo arcipelago dal 2004. Prima di allora non c’erano stati molti motivi del resto per parlare del piccolo regno situato nel cuore del Golfo. Anche in occasione della guerra in Iraq del 1991, le telecamere e i media erano a Riad, in Qatar o negli Emirati, lì dove si trovavano le basi dei vari contingenti. In Bahrein c’è una base americana, ma era stata lasciata in secondo piano da giornalisti e reporter. Questo Stato sembra avere tutte le caratteristiche per essere una “classica” petromonarchia: economia dipendente dal petrolio, monarchia sunnita wahhabita al potere e vicinanza geografica all’Arabia Saudita, sono tutte peculiarità che oggi danno al Bahrein un’immagine molto simile a quella dei suoi vicini. In realtà, il regno retto dalla famiglia reale Al Khalifa è ricco di paradossi e di proprie caratteristiche non secondarie anche alla luce della recente pace con Israele.

Un Paese sciita nel cuore del Golfo

Per cominciare, il Bahrein non è uno Stato sunnita. Al contrario, quasi due terzi della popolazione è sciita e questo lo pone in un contesto diverso rispetto a quello dell’Arabia Saudita o degli Emirati Arabi Uniti. Guai a dire che una volta l’arcipelago è stato parte integrante dell’Iran, nel 2009 un’affermazione del genere fatta da un consigliere dell’ayatollah Ali Khamenei ha determinato l’improvviso stop di un miliardario contratto per la fornitura di gas con il governo di Teheran. Tuttavia, il fatto che la maggioranza della popolazione è sciita lo si deve ad alcuni importanti retaggi storici. Da quando nel 1521 i portoghesi hanno messo piede in queste isole il loro percorso storico si è totalmente distaccato da quello della penisola arabica. Dopo i conquistatori lusitani infatti, sono arrivati i persiani i quali hanno imposto il loro controllo sul futuro Bahrein fino alle soglie del XIX secolo, influenzando molto il credo confessionale portato avanti poi dalla popolazione.

Nonostante poi il territorio ha iniziato a essere retto dalla famiglia Al Khalifa, sunnita e vicina ai sultani della regione, le isole sono sempre rimaste a maggioranza sciita. Oggi questa peculiarità costituisce un elemento di instabilità nel Paese, come si è già avuto modo di vedere nel 2011 quando le rivolte della primavera araba sono arrivate fino al centro della capitale Manama e hanno avuto come principale filo conduttore le richieste della maggioranza sciita di poter partecipare maggiormente alla vita politica. Circostanza questa negata dagli Al Khalifa. Loro, al contrario, hanno imposto una linea filo sunnita e filo Saud e non sembrano avere voglia di indietreggiare. Anzi, la repressione operata nei confronti dei manifestanti in più occasioni svela come in realtà la famiglia reale voglia proseguire in continuità con gli ultimi anni. Dunque, se il Bahrein può essere accostato all’Arabia Saudita e alle altre petromonarchie della penisola arabica, lo è soltanto per mera volontà dei regnanti e non per un’analoga impostazione sociale e culturale con i vicini.

Una petromonarchia senza petrolio

Smentita quindi la visione di un Bahrein fedelmente sunnita, c’è un altro paradosso importante che coinvolge il regno. Guardando le immagini di Manama, non sembrerebbe esserci nulla di diverso rispetto a Doha, Riad, Abu Dhabi o Dubai, metropoli della regione cioè esplose negli ultimi decenni con la costruzione di grattaceli e strutture ultra moderne finanziate dagli introiti del petrolio. Il Bahrein quindi almeno da questo punto di vista potrebbe apparire in linea con la storia recente delle altre petromonarchie. E invece, già da alcuni anni il regno è quasi all’asciutto di oro nero: le riserve di greggio si stanno esaurendo, l’estrazione quindi procede molto a rilento e il vero introito in grado di rendere positivi i bilanci è dato dalla vendita di petrolio da un pozzo saudita effettuata per conto della famiglia Al Khalifa. Di recente sono stati scoperti altri importanti giacimenti, soprattutto di gas naturale, ma ancora non sono del tutto funzionanti e gli effetti si potrebbero vedere soltanto fra qualche anno.

Dunque il Bahrein dipende fortemente dai vicini, dai Saud in primis. Dagli Emirati arrivano anche risorse finanziarie volte a dare linfa all’economia ed evitare possibili crack, mentre il Fondo Monetario Internazionale ha stimato per il 2020 un deficit fiscale del 15% a fronte del 10% dello scorso anno. Da anni gli Al Khalifa stanno puntando sul turismo, l’organizzazione del Gran Premio va in questa direzione, ma con la pandemia da coronavirus questo settore anche da queste parti sta avendo gravi problemi.

Come si è arrivati alla pace con Israele

In un contesto del genere, ben si intuisce quindi l’importanza strategica dell’arcipelago. Un Paese a maggioranza sciita e bisognoso di materie prime e aiuti finanziari per mandare avanti la propria economia, per giunta a due passi dall’Arabia Saudita, nell’ottica della politica dei Saud e degli alleati regionali potrebbe rappresentare potenzialmente un pericolo. Il ruolo della famiglia Al Khalifa appare essenziale per mantenere la stabilità e avere Manama sotto la propria orbita. Ecco quindi che il Bahrein ha seguito un percorso politico analogo a quello dei vicini filo sauditi, i quali da anni anche in funzione anti iraniana hanno non poche convergenze con la linea politica israeliana. L’annuncio delle scorse ore, già anticipato alcuni giorni fa, della pace con lo Stato ebraico va inquadrato proprio in questo contesto. Subito dopo Abu Dhabi, si era intuito che il regno degli Al Khalifa sarebbe stato il prossimo nello stringere un accordo con Israele. E adesso, sotto la supervisione degli Stati Uniti, potrebbe toccare direttamente ai Saud.

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