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La presenza di senzatetto, o “barboni”, come vengono chiamati in modo più confidenziale in Italia, è una costante nel panorama urbano degli Stati Uniti. Le foto degli “homeless”, questo il nome ufficiale con cui entrano nelle statistiche americane, sono spesso usate per alimentare risentimento o sfiducia nei confronti del sistema liberale statunitense. E’ il lato oscuro del sogno americano. Venice Beach con gli accampamenti di homeless ricorda scene della Grande Crisi. E la famosissima spiaggia di Los Angeles è uno scenario purtroppo comune in California. A San Francisco, anche in zone centralissime, si possono vedere file di barboni nelle mense gestite dai volontari, o accampati per le strade, fra escrementi e droga.

Lo Stato che ha dato origine alla “quarta rivoluzione industriale”, quella della Silicon Valley ed Apple, di Internet e dei social network, è la patria di 161.548 homeless, un incremento del 7% rispetto all’anno precedente, secondo un censimento che risale al gennaio 2020, dunque prima che la crisi del Covid-19 si abbattesse sugli Stati Uniti (e sul resto del mondo). Nella sola Los Angeles se ne contavano 66.436, un +13% rispetto all’anno precedente. L’aumento della popolazione senza dimora ha anche un impatto politico immediato. La crescita dei senzatetto era oggetto delle petizioni principali sottoscritte dai cittadini per chiedere un’elezione confermativa anticipata (Recall) che metterà in discussione il governatore democratico Gavin Newsom, il prossimo 14 settembre.

Ma l’aumento dei senzatetto è davvero il lato oscuro del progresso capitalista? Può sembrare paradossale, ma se c’è uno Stato poco capitalista, in tutti gli Usa, questo è proprio la California: tasse alte, programmi sociali molto generosi, una grande spesa pubblica, politiche ecologiste nell’energia e nell’amministrazione del territorio, porte aperte agli immigrati. I conservatori, negli Usa, additano il “Golden State” come un esempio di come il socialismo non funzioni.

Le politiche ecologiste, che puntano soprattutto sulle energie rinnovabili sia nei trasporti che nella produzione energetica, hanno innalzato tutto il costo della vita. La California è all’avanguardia del Green New Deal e le bollette sono più alte, più cari i trasporti, di conseguenza case e beni di consumo sono meno abbordabili per il cittadino medio. Non solo: le rinnovabili non stanno ancora sul mercato senza un finanziamento pubblico, dunque pesano anche sulla fiscalità locale.

Difficile calcolare quante tasse paghi un californiano, considerando che ci sono almeno quattro livelli di tassazione (città, contea, Stato e governo federale), ma la California, assieme a New York, si piazza ai primissimi posti per pressione fiscale. La tassa statale sul reddito individuale, benché molto bassa se presa in sé, va sommata alle aliquote delle tasse federali e risulta essere la più alta in assoluto negli Usa. E i risultati non tardano a farsi vedere. Nel 2019, al netto della crisi causata dal Covid, i cittadini californiani emigrati in altri Stati erano circa 691mila. Fra i giovani investitori sotto i trent’anni emigrati altrove, 1 su 3 è andato in Stati senza tassazione (locale) sui redditi individuali. La principale meta degli imprenditori che hanno cambiato residenza è il Texas. Questo vuol dire, non solo che la classe media sta sparendo in California, lasciando i ricchi e i poveri con sempre meno fasce di reddito fra i due estremi. Ma anche: meno creazione di nuovi posti di lavoro.

I maggiori costi dell’energia e l’alta tassazione influiscono certamente sui costi abitativi. Secondo un sondaggio dell’Università Quinnipac del marzo 2019 (prima del Covid), il 43% dei californiani in età di voto già riteneva di non potersi permettere più di vivere nello Stato. Fra questi si registra una punta del 61% fra i giovani dai 18 ai 34 anni di età.

A fronte dell’emigrazione di californiani che non si possono permettere un tenore di vita sufficiente, la California è lo Stato con il maggior numero di immigrati illegali in tutti gli Usa. Merito delle politiche democratiche delle porte aperte e delle “città santuario” che, anche formalmente, rifiutano di cooperare con la politica nazionale di espulsione dei clandestini. Fra queste città, sette in California, figurano anche la megalopoli Los Angeles e San Francisco.

Gli immigrati illegali erano 2 milioni e mezzo nel 2018, secondo le ultime statistiche disponibili, su una popolazione totale di immigrati irregolari di quasi 11 milioni negli Stati Uniti. Sono tutti immigrati che arrivano dal confine messicano, prevalentemente dal Messico stesso o da altri Paesi dell’America centrale. E sono difficilmente integrabili in un tessuto economico colpito, come abbiamo visto, da costi alti e sempre meno opportunità di creare posti di lavoro. Nella migliore delle ipotesi, un immigrato illegale trova lavoro in nero, altrimenti va ad aggiungersi agli homeless.

Eppure il welfare state californiano è molto generoso, soprattutto sotto governatori democratici quali Jerry Brown e poi Gavin Newsom. Oltre alla costruzione di nuove unità abitative di edilizia popolare (100mila all’anno), il governo ha varato programmi locali sperimentali di reddito di cittadinanza e di istruzione universitaria gratuita. Non si spiegherebbe il perché di tanta miseria, se non ricordando che ogni programma sociale non è gratuito. Semplicemente è tutta ricchezza sottratta alla società e gestita in modo, anche ideologico (energie verdi, immigrazione incontrollata, redistribuzione), dalle autorità statali. E ricordando la massima di un ex governatore della California, poi divenuto presidente degli Usa, Ronald Reagan: “Lo Stato (government) non è la soluzione al nostro problema. Lo Stato è il problema”.

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