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“Non fu genocidio”. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan commenta a muso duro il riconoscimento da parte del presidente americano Joe Biden del genocidio armeno che ha provocato una crisi diplomatica fra i due alleati della Nato. Erdogan ha infatti definito “senza fondamento” il riconoscimento da parte del presidente americano Joe Biden del genocidio armeno del 1915. “In un messaggio pubblicato il 24 aprile, il presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden ha utilizzato delle parole senza fondamento, ingiuste e contrarie alla realtà riguardanti gli eventi dolorosi avvenuti nella nostra regione più di un secolo fa”, ha affermato Erdogan in un intervento pubblico, come riporta Aska News, mettendo in guardia dall’effetto “distruttore” che il riconoscimento da parte di Washington del genocidio armeno potrebbe avere sulle relazioni già tese turco-americane.

Lo scorso 23 aprile i due leader hanno avuto un colloquio telefonico: secondo la nota ufficiale, Biden ha “espresso il suo interesse per un costruttivo rapporto bilaterale con aree di cooperazione allargate e una gestione efficace dei disaccordi”. Biden ed Erdogan hanno concordato di incontrarsi a margine del vertice Nato in programma per il mese di giugno con l’obiettivo di intavolare una conversazione più ampia sulle relazioni tra Usa e Turchia.

Genocidio armeno, sale la tensione fra Washington e Ankara

Il riconoscimento del genocidio armeno peserà sulle relazioni bilaterali fra Washington e Ankara come ha affermato Erdogan? Fino a un certo punto. Come ci racconta spiega Valeria Giannotta, analista e docente presso l’Università dell’Aeronautica di Ankara, “partiamo dal presupposto che la Turchia è un Paese con cui gli Usa dovranno sempre fare i conti, quantomeno per la sua posizione geografica, oltre che per i legami istituzionali in seno alla Nato. Sono due Paesi, comunque, ‘condannati’ a relazionarsi e cooperare. Joe Biden ha fatto una cosa che nessun altro Presidente americano ha mai fatto, o meglio: la questione del genocidio è stata spesso dibattuta e approvata in seno al Congresso, ma tutti i presidenti Usa, alla fine, non l’hanno mai approvata. Questo perché è una questione dibattuta e a livello di Nazioni Unite e di diritto internazionale, e non vi è alcune documento che si riferisca alla parola genocidio” spiega.

La svolta di Joe Biden dettata dalle pressioni interne

Come sottolinea Giannotta, la decisione di Biden rappresenta un sostanziale punto di rottura rispetto al passato. “La carta armena è stata usata da Biden in campagna elettorale, con la quale si è accaparrato voti negli Stati chiave oltre che in California. È stata una promessa che ha dovuto mantenere e nel suo partito ci sono figure importanti molto sensibili alla questione armena”. Inoltre, osserva Valeria Giannotta, “Biden si è reso promotore e sostenitore di regimi democratici e liberali, da qui l’accusa verso la gestione di Erdogan e l’imbarazzante silenzio dopo le elezioni”.

C’è un però. “Erdogan c’entra poco in realtà – spiega la docente -. Perché la questione armena è una questione di interesse nazionale, e il 95% dei turchi nega che vi sia stato un genocidio. Ribadiscono anzi che gli archivi ottomani sono aperti ma che gli armeni non hanno mai voluto aprire i loro. Indi per cui una mossa del genere non fa che nutrire la retorica nazionalista di Erdogan, che è in alleanza con il partito nazionalista, e ricompattare l’elettorato su questioni di orgoglio nazionale”. Per quanto concerne i rapporti bilaterali fra i due Paesi, “ci sono già mille criticità. La Turchia è stata sanzionata per l’acquisto del sistema S-400; è stata espulsa dal programma F-35; e dall’altra parte Ankara condanna Washington per il sostegno accordato alle milizie curde e per negare l’estradizione di Gülen”. Ma le dichiarazioni del presidente turco, osserva l’esperta, “si fermano qui. Non credo abbia ampi margini di manovra per qualsiasi tipo di ritorsione contro Washington”.

L’ex ambasciatore Carlo Marsili: “Escluso che la Turchia possa uscire dalla Nato”

Dello stesso parere Carlo Marsili, dal 2004 al 2010 Ambasciatore dell’Italia in Turchia. “Fino ad oggi, la mozione sul riconoscimento del genocidio armeno veniva approvata dal Congresso Usa ma poi mai ratificata dal Presidente. Che Joe Biden avrebbe però assunto un atteggiamento diverso verso la Turchia lo si era capita da tempo. Biden, infatti – spiega l’ambasciatore – è sensibile alle pressioni di illustri esponenti del Partito democratico a favore del riconoscimento del genocidio armeno, fra i quali la vicepresidente Kamala Harris, eletta in California, e Nancy Pelosi. Peraltro Biden si era impegnato in campagna elettorale in tal senso”.

In generale, osserva Marsili, “non è un momento favorevole per le relazioni fra Stati Uniti e Turchia, a cominciare dall’acquisto del sistema missilistico S-400 da parte di Ankara, passando alla questione siriana e libica, fino a Gülen”. Per quanto concerne il genocidio armeno, osserva l’ambasciatore, “io ritengo che non stia alla politica decidere se si sia trattato di genocidio o meno. Ci sono storici, come Bernard Lewis o in Italia Sergio Romano, che ritengono non si sia trattato di genocidio. Altri, invece, sostengono il contrario. D’altra parte va detto che la Turchia ha proposto l’istituzione di una commissione fatta di storici sotto l’egida delle Nazioni Unite avente accesso agli archivi ma da parte armena non c’è mai stata condivisione di tale proposta”.

Da escludere che un deterioramento dei rapporti fra Washington e Ankara possa portare la Turchia fuori dall’Alleanza Atlantica. “Escluso che la Turchia possa uscire dalla Nato – osserva Carlo Marsili -. La Nato rappresenta l’ultima ancora occidentale per la Turchia, mentre gli Usa hanno bisogno di Ankara perché la posizione geografica della Turchia rimane unica”.