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Secondo quanto riportato dall’agenzia stampa sudcoreana Yonhap News, la Corea del Nord potrebbe effettuare qualche tipo di atto provocatorio in concomitanza col vertice di questa settimana tra il presidente Moon Jae-in e il presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Lee Ho-ryung, ricercatore presso il Korea Institute of Defense Analyzes di Seul, ha affermato, durante un forum tenuto dal National Unification Advisory Council, che Pyongyang potrebbe testare un missile da crociera o altri tipi di armi durante i prossimi mesi. “La Corea del Nord potrebbe aumentare gradualmente il livello delle provocazioni durante due fasi, dalla prima metà di quest’anno alle esercitazioni estive di agosto, o dal momento delle esercitazioni alle elezioni presidenziali del prossimo anno”, ha detto il ricercatore.

Si ritiene comunque improbabile che effettui gesti eclatanti che potrebbero innalzare bruscamente la tensione, come ad esempio un test di missili balistici intercontinentali (Icbm) o a raggio medio e intermedio (Mrbm/Irbm), che rappresentano per gli Stati Uniti e i loro alleati nell’area un atto provocatorio inammissibile. Il Giappone, le cui acque territoriali sono state più volte sorvolate dai vettori lanciati durante questi tipi di test negli scorsi anni, li ha sempre fermamente condannati sentendosi particolarmente minacciato anche per questioni di tipo storico: i rapporti tra Pyongyang e Tokyo sono sempre stati piuttosto “freddi” – quando ci sono stati – a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, per note questioni legate al colonialismo nipponico e ai rapimenti perpetrati da agenti nordcoreani a danno di giovani cittadini giapponesi tra gli anni ’70 e ’80 (rachijiken).

I lanci di questi vettori a medio e lungo raggio sono stati sospesi a seguito del vertice di Singapore del 2018, e Pyongyang, nonostante l’impasse (ampiamente prevista) successiva al summit di Hanoi, ha abbassato il livello delle sue provocazioni limitandosi a effettuare test missilistici di vettori a corto raggio (fatto salvo un Slbm testato a ottobre 2019). Questo non significa che la Corea del Nord abbia cessato di sviluppare il suo programma missilistico (e atomico): lo stesso leader Kim Jong-un a giugno 2020 aveva affermato che il Paese avrebbe ripreso lo sviluppo dei suoi vettori e infatti, alla parata militare dello scorso ottobre, si è visto sfilare quello che è sembrato un nuovo Icbm, e a quella di gennaio di quest’anno un nuovo Slbm.

L’esercitazione della discordia

L’analisi dell’esperto parte dalla considerazione che Pyongyang potrebbe effettuare un lancio missilistico in concomitanza, o nei giorni immediatamente precedenti, con l’esercitazione Ulchi Freedom Guardian del prossimo agosto. Si tratta di una serie di manovre congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud che si tengono annualmente, sempre nello stesso periodo, e che vanno a inserirsi storicamente tra le più grandi della regione. Durante la fase di “pacificazione” tra Pyongyang e Washington, la Casa Bianca aveva stabilito la loro sospensione: ad agosto 2018 le manovre erano state cancellate dal presidente Donald Trump per mantenere le promesse fatte durante il vertice di Singapore. L’anno successivo sono state effettuate ma in forma ridotta, principalmente utilizzando simulazioni al computer, mentre nel 2020 è stata la pandemia – ufficialmente – ad averne ridotto la scala. Per fare un paragone, nel 2017 le manovre hanno coinvolto circa 17500 soldati statunitensi, di cui circa 3mila stanziati nella penisola coreana. Le forze Usa si erano unite alla quasi totalità di quelle sudcoreane e a contingenti provenienti da Australia, Canada, Colombia, Danimarca, Nuova Zelanda, Paesi Bassi e Regno Unito.

Un altro esperto ha detto che il Nord potrebbe organizzare provocazioni in tempo per il vertice di questa settimana tra i due massimi leader di Stati Uniti e Corea del Sud. “Esiste un’esigenza tecnica per testare un Icbm o Slbm da parte dell’esercito nordcoreano”, ha detto Lee Jeong-chol, professore di scienze politiche alla Seoul National University. “Il vertice di questa settimana potrebbe essere l’occasione giusta”. I nuovi missili, infatti, vanno testati per poterli rendere operativi, e da quando si sono visti sfilare, non è stato fatto nessun tipo di test di volo.

Il summit

Moon Jae-in e Joe Biden si sono incontrati il 21 maggio a Washington. si è trattato del secondo vertice della presidenza Biden, dopo l’incontro con il primo ministro giapponese Suga Yoshihide di aprile. La decisione della nuova amministrazione di dare la priorità ai due alleati orientali mostra l’importanza data alla strategia indo-pacifica degli Stati Uniti. Presumibilmente Washington considera Seul un anello debole nei tentativi statunitensi di trattare con la Cina: dal punto di vista Usa il presidente Moon è stato troppo amichevole con la Corea del Nord e la Cina, e Biden potrebbe cercare di cambiare la situazione.

Tra i vari temi sul tavolo anche le pressioni di Biden per persuadere Moon a impegnarsi formalmente nel Quadrilateral Security Dialogue (Quad), che comprende Stati Uniti, Giappone, Australia e India. In una dichiarazione congiunta del 2021 dopo il primo vertice del Quad, i membri hanno affermato di avere “una visione condivisa per un Indo-Pacifico libero e aperto” e un “ordine marittimo basato su regole nel Mar Cinese Orientale e Meridionale”. D’altro canto, i due massimi esponenti, dovrebbero anche discutere in modo approfondito della questione nucleare della Penisola, e delle prossime mosse atte a risolverla, stante l’attuale stagnazione che perdura, come detto, dal vertice di Hanoi.

La linea di Washington appare comunque più morbida rispetto a quella tenuta da Trump. “La nostra politica non si concentrerà sul raggiungimento di un gran risultato, né si baserà sulla pazienza strategica” ha riferito il capoufficio stampa della Casa Bianca Jen Psaki. La nuova amministrazione sembra intenzionata a seguire un approccio graduale nei confronti della Corea del Nord, impiegando “diplomazia e ferma deterrenza”, ma rispettando l’accordo di Singapore.

Questo atteggiamento dovrebbe essere accettabile per Seul, che negli ultimi anni ha dimostrato di cercare la via dell’accomodamento diplomatico col Nord anche nei momenti di massima tensione, e potrebbe essere la strada giusta per riportare Pyongyang al tavolo delle trattative, nonostante le dure parole della propaganda che ritiene le recenti dichiarazioni di Washington essere la prova di una politica ostile che richiede una risposta da parte della Corea del Nord. Dal prossimo vertice potrebbe quindi nascere una roadmap trilaterale da proporre a Kim Jong-un per tornare a discutere del programma atomico e di quello missilistico, con un approccio graduale, a “piccoli passi” esattamente come avevamo indicato nei mesi scorsi.

Un eventuale lancio provocatorio di qualche tipo di missile da parte del Nord potrebbe incrinare – anche irrimediabilmente – questo tentativo di accomodamento. Una provocazione che potrebbe rispondere più a una esigenza interna che esterna: Park Young-ja, ricercatore presso il Korea Institute for National Unification, ha anche affermato che il Nord potrebbe essere tentato di inasprire le tensioni internazionali per spostare l’attenzione della popolazione dalle problematiche interne, che comprendono problemi economici derivanti dalle prolungate sanzioni e dagli sforzi per scongiurare il diffondersi della pandemia.





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