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L’ultima dimostrazione della “strana amicizia” tra Russia e Cina è avvenuta, logicamente, sui mari dell’Estremo Oriente. Lunedì 18 ottobre, una flottiglia composta da 10 navi della Voenno-morskoj Flot (Vmf), la marina russa, e della Pla Navy, la marina cinese, ha navigato dal Mar del Giappone all’Oceano Pacifico attraverso lo Stretto di Tsugaru tra le isole giapponesi di Honshu e Hokkaido.

Manovre navali in Oriente

È la prima volta che navi militari di entrambi i Paesi navigano insieme attraverso lo stretto che separa la principale isola dell’arcipelago nipponico da quella più settentrionale, dove il limite delle acque territoriali, per scelta di Tokyo, è posto a 3 miglia nautiche invece delle classiche 12 per permettere l’eventuale passaggio delle unità navali statunitensi dotate di armamento atomico senza violare il principio di “denuclearizzazione” del Paese. Il comunicato ufficiale dello Stato maggiore di Tokyo ha identificato le navi cinesi come il cacciatorpediniere della classe Type 055 Nanchang (101), quello della classe Type 052D Kuming (172), le fregate Type 054A Binzou (515) e Liuzhou (573) e una nave da rifornimento senza nome (902). Le navi russe erano i cacciatorpediniere classe Udaloy Admiral Tributs (564) e Admiral Panteleyev (548), le corvette classe Steregushchiy Gromkiy (335) e Aldar Tsydenzhapov (339) e la nave per il tracciamento missilistico della classe project 19141 Marshal Krylov (331).

Pochi giorni prima sempre le marine di Russia e Cina hanno tenuto un'esercitazione aeronavale nelle acque del Mar del Giappone: Sea Interaction 2021 si è tenuta dal 14 al 17 ottobre e ha visto condurre esercitazioni a fuoco su bersagli simulando navi di superficie, mentre l'addestramento alla difesa aerea è stato effettuato sfruttando i caccia Su-30SM e e gli elicotteri dell'aviazione navale della Flotta del Pacifico in qualità di “aggressori”. Proprio durante quell'esercitazione un cacciatorpediniere statunitense, l'Uss Chafee, è stato “accompagnato” lontano dalle acque territoriali russe dall'Admiral Tributs.

Intesa, ma sino a un certo punto

Si stringono quindi i legami militari tra Mosca e Pechino, come riflesso della maggiore intesa diplomatica tra i due Paesi. Recentemente è arrivato, dal Cremlino, un importante appoggio al Politburo cinese quando il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha affermato che “la Russia vede Taiwan come parte della Repubblica Popolare Cinese”, quindi allontanandosi nettamente dalla postura statunitense che, sebbene sia tornata a riconoscere ufficialmente la politica “One China”, sostiene ambiguamente l'esistenza di due entità diverse pur non intrattenendo in via ufficiale rapporti diplomatici con Taipei.

Similmente anche lo stesso presidente Vladimir Putin ha riferito che la nascita dell'Aukus, l'accordo di partenariato nel campo della Difesa tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito, è una “minaccia alla stabilità regionale”, pur senza usare i toni allarmistici della propaganda cinese, che vede Aukus come una sorta di “Nato del Pacifico”, quando in realtà non ne ha le stesse caratteristiche di mutua difesa. Russia che però non è totalmente appiattita sulla posizione cinese per quanto riguarda la sua postura nel Pacifico Occidentale: è stato infatti sempre il presidente Putin ad affermare che la Cina è una potente potenza economica che può raggiungere i suoi obiettivi senza l'uso della forza.

Putin ha anche sottolineato che non vede alcuna minaccia tale da giustificare l'uso della forza da parte della Cina, compresa la delicata situazione di Taiwan. Il presidente russo ha però fatto notare che le controversie sul Mar Cinese Meridionale dovrebbero essere risolte esclusivamente dai Paesi della regione, senza l'intervento di “poteri extraregionali” che è “inaccettabile”, quindi appoggiando sostanzialmente la linea di Pechino, sebbene non riconoscendone le rivendicazioni territoriali.

Mosca e Pechino si cercano. Sarebbe più corretto affermare che è Pechino a cercare Mosca: il 15 ottobre il vicepremier cinese Han Zheng ha chiesto maggiori sforzi per promuovere la cooperazione energetica russo cinese nel quadro della transizione energetica, che dovrebbe essere guidata, a livello globale, dai due Paesi. Una questione strategica legata a diversi progetti, tra cui gasdotti, oleodotti e centrali nucleari, e finalizzata anche a espandere la cooperazione in settori come le fonti energetiche rinnovabili, l'idrogeno, ma anche per approfondire la cooperazione nel settore della ricerca e sviluppo di tecnologie chiave.

Incontri che si fanno sempre più serrati: la prossima riunione dei capi di governo di Russia e Cina si svolgerà alla fine di novembre, come annunciato dal Cremlino il 14. Del resto Mosca, ormai, considera la Cina “un partner altamente affidabile” con il quale gli scambi commerciali sono in crescita e potrebbero raggiungere livelli record entro la fine dell'anno. "La Cina è il nostro più grande partner commerciale ed economico. Nonostante la flessione dell'economia globale, il fatturato commerciale tra Russia e Cina è in aumento” ha detto ancora Putin la scorsa settimana. Oggettivamente nei primi tre trimestri di quest’anno, il volume degli scambi tra Russia e Cina è aumentato del 29,8% su base annua, ammontando a 102,529 miliardi di dollari. In particolare le esportazioni verso la Russia nel periodo gennaio-settembre sono aumentate del 32,4% (47,401 miliardi di dollari), mentre le importazioni di beni e servizi russi sono aumentate del 27,6% (55,128 miliardi di dollari) facendo quindi registrare un saldo positivo per Mosca.

Una strana amicizia

Un'amicizia “strana”, a tratti anche scomoda, ma soprattutto forzata dalle contingenze: la Russia è cosciente che esiste il rischio di diventare del tutto subalterni alla Cina, stante la sua potenza economica (se pur in rallentamento per via della recente crisi energetica), e ha sempre dimostrato preoccupazione per la penetrazione cinese nei suoi territori più orientali. Mosca, d'altronde, si è trovata costretta a guardare “a Est” dopo la rottura con l'Occidente successiva alle sanzioni internazionali innescate dall'annessione della Crimea, e l'acuirsi delle tensioni ai suoi confini occidentali, considerati dal Cremlino vitali sin dai tempi degli Zar, non fa che cementare un'amicizia innaturale.

L'Occidente, in particolare la Nato e gli Stati Uniti, stanno, del resto, continuando a dare segnali che il Cremlino giudica inquietanti: la recente decisione dell'Alleanza Atlantica di revocare l'accreditamento di otto dipendenti della missione permanente russa ha provocato la reazione russa che si è espletata nella sospensione totale dei lavori della missione dall'inizio di novembre, così come saranno sospese le attività dell'ufficio di collegamento militare, e di quello informazioni, della Nato a Mosca. Non per questo i due "blocchi" cessano di parlarsi: contestualmente all'invito russo a concordare misure di riduzione dell'escalation, inclusa una diminuzione reciproca dell'attività militare lungo i confini, il Cremlino ha offerto la possibilità che uno degli ambasciatori del "blocco Nato" possa svolgere il ruolo di collegamento con Mosca in caso di emergenza.

La Russia si trova quindi costretta a cercare altri partner, e agisce di rimando con un botta e risposta diplomatico che è utile solamente al suo ulteriore allontanamento dall'Occidente verso l'abbraccio del dragone. Lampante, da questo punto di vista, è la questione afghana, con Mosca che ha inaugurato un suo “format” multilaterale con Cina, Iran, Pakistan, India e i Paesi dell'Asia Centrale ex sovietica che si contrappone al “G20” occidentale sulla questione, a cui Cina e Russia non hanno partecipato ufficialmente, sebbene il Cremlino si sia confrontato in separata sede con Palazzo Chigi.

Un'amicizia innaturale quella tra Mosca e Pechino. Un'amicizia che non è un'alleanza, la quale prevedrebbe accordi di tipo militare per un mutuo soccorso in caso di conflitto: evenienza che al Cremlino è considerata come possibile - come si evince dagli inviti alla cautela di Putin sulla questione Estremo Orientale già citati - e quindi, almeno per il momento, da quelle parti si cerca di evitare di stringere troppo le sorti della Russia a quelle della Cina.

Dall'altro lato la Cina sa che un patto di questo tipo con Mosca le permetterebbe quella saldatura continentale in grado di darle profondità strategica per fare il salto di qualità e diventare una potenza globale marittima, anche sfruttando il poderoso ombrello atomico russo che una vera e propria alleanza (come è la Nato o com'era il Patto di Varsavia) porterebbe con sé. Riteniamo che, attualmente, proprio quest'ultimo fattore sia il discriminante più importante per il Cremlino nel suo approccio alla Cina.

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