La vittoria schiacciante di Boris Johnson accelera il processo della Brexit, che ora può divenire realtà entro il prossimo 31 gennaio. Quella è la data individuata dagli accordi presi dall’ex primo ministro con Bruxelles.

Intanto diviene quasi immediato considerare il peso geopolitico delle elezioni di oggi: Donald Trump ritrova un alleato, ossia Boris Johnson, che potrà contare su una maggioranza davvero numerosa. E questo, in relazione all’alleanza tra Washington e Londra, è di sicuro un fatto rimarcabile. Perché The Donald è per gli accordi bilaterali. E perché le elezioni americane si svolgeranno tra meno di un anno. La storia dell’Occidente intero è in movimento. Se anche Trump dovesse trionfare per una seconda volta, il G7 cambierebbe in parte di segno. Si può assistere al definitivo sdoganamento del sovranismo-populista.

Ma la Brexit rimane un percorso complesso. Boris Johnson ha avuto delle difficoltà a trovare la quadra, che è arrivata solo quando si è immaginato per l’Irlanda del Nord un futuro atipico rispetto a quello degli altri Stati del Regno Unito. I nord irlandesi manterranno la loro unione doganale, che sarà legata all’Unione europea. Trattasi di un necessario compromesso. Altrimenti la via d’uscita non si sarebbe mai palesata. L’aria che tira è questa: “Una maggioranza ampia significherebbe che ora possiamo finalmente porre fine all’incertezza e portare a termine la Brexit. Consentirebbe al Paese di riunirsi e andare avanti offrendo il cambiamento per cui le persone hanno votato nel 2016”. Sono dichiarazioni che, stando all’Agi sono state rilasciate a Sky News, sono arrivate da un alto esponente dei conservatori. Dopo i passi falsi degli scorsi mesi, tutto il partito dei Tories sembra intenzionato a supportare l’azione di Johnson, che si è dimostrato un vincente, oltre che un leader difficilmente sostituibile.

Però le trattative vanno chiuse per ogni dettaglio. E più di qualcosa è ancora appeso ai negoziati, che Boris Johnson potrà affrontare senza il peso di dover guardare, con animo preoccupato, alle posizioni differenziate che sono state assunte nel recente passato presso la Camera dei Comuni. Per molti mesi, in specie subito dopo il referendum del 2016, si è dibattuto attorno al tipo di Brexit da mettere in campo. Adesso la via da percorrere, con buone probabilità, è quella di una versione “hard”, cioè di uno strappo senza troppe remore. Donald Trump caldeggia questa ipotesi da tempo: è il modo più semplice per coadiuvare gli accordi bilaterali. La “soft Brexit” – quella mediata da un addio molto meno incisivo – era la preferita degli scozzesi, ma è destinata a finire nel dimenticatoio.

Tralasciando le questioni pragmatiche legate a passaporti e visti, vale la pena rimarcare come una delle domande aperte riguardi la possibilità che Regno Unito e Unione europea trovino nuove modalità di collaborazione economica. Può essere un viatico per altri tentativi di fuoriuscita dalle istituzioni sovranazionali. Nel caso il Regno Unito completasse la Brexit senza troppe conseguenze nefaste, altre nazioni europee potrebbero seguire l’esempio di Johnson e dei suoi. Una ipotesi – certo – ma anche una delle battaglie cavalcate da tanti partiti nel Vecchio Continente. Marine Le Pen, per dirne una, ha rinunciato a questo genere di velleità. Ma non è detto che il responso delle urne britanniche non influenzi adesso la piattaforma programmatica delle forze sovraniste europee.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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