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Politica

Ecco come Mosca si sta rafforzando in Asia Centrale (grazie al Tagikistan)

Emomali Rahmon, Capo di Stato del Tagikistan dal 1994, ha stravinto le elezioni presidenziali svoltesi nella giornata di domenica 11 ottobre. La commissione elettorale, riunitasi nella capitale Dushanbe, ne ha certificato la vittoria al primo turno con oltre il 90...

Emomali Rahmon, Capo di Stato del Tagikistan dal 1994, ha stravinto le elezioni presidenziali svoltesi nella giornata di domenica 11 ottobre. La commissione elettorale, riunitasi nella capitale Dushanbe, ne ha certificato la vittoria al primo turno con oltre il 90 per cento dei voti, uno sviluppo che consentirà a Rahmon di rimanere al potere per altri sette anni. L’85 per cento degli aventi diritto si sono recati alle urne per esprimere la propria preferenza anche se le elezioni, malgrado la presenza di quattro sfidanti, non sono apparse molto competitive. L’organizzazione non governativa Human Rights Watch ha recentemente dichiarato che “la condizione dei diritti umani nel Paese è terribile” mentre l’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (Osce), che ha monitorato il voto, non ha mai riconosciuto una consultazione tagika come democratica. Il sessantottenne Rahmon, divenuto Capo di Stato nel 1994 nel bel mezzo della guerra civile tra l’élite post comunista al governo (da lui rappresentata) e gli islamisti poi sconfitti in seguito a scontri cruenti, è un vero e proprio garante della stabilità per quella che è, tutt’oggi, la nazione più povera dell’Asia Centrale. Le rimesse degli emigrati dall’estero contribuiscono al 40 per cento del prodotto interno lordo locale.

Infografica di Alberto Bellotto

Il ruolo del Tagikistan

La riconferma (scontata) di Rahmon ha implicazioni geopolitiche che vanno molto al di là dei confini tagiki. La Federazione russa è tradizionalmente vicina all’esecutivo locale e non potrà che compiacersi della rinnovata stabilità che, in tempi difficili come quelli pandemici, è destinata ad investire il Paese. Il Tagikistan prende parte tanto all’Unione Euroasiatica quanto all’Organizzazione del Trattato della Sicurezza Collettiva, le due organizzazioni multilaterali post-sovietiche (rispettivamente politiche e militari) dominate dal Cremlino e la nazione è strategicamente vicina all’Afghanistan. Mosca deve rafforzare le proprie posizioni nel Paese per due ragioni principali. Tenere sotto controllo, per quanto possibile, il traffico di droga che si dipana da Kabul diretto verso nord e che attraversa l’Asia Centrale e cercare di influenzare gli sviluppi politici in Afghanistan, alle prese con il ritiro delle truppe americane. Kabul, alle prese con i Talebani, è destinata ad attraversare un periodo di forte instabilità ed il Cremlino potrebbe offrire il proprio supporto per contenere i radicali islamici e/o per ammansire questi ultimi e spingerli su posizioni meno radicali. Il Tagikistan potrebbe rivelarsi, inoltre, un ottimo punto di osservazione sul vicino Kirgizistan, alle prese con una vera e propria insurrezione popolare che potrebbe minacciare gli interessi del Cremlino. Le forze armate russe possono contare su una grande base militare nei pressi di Dushanbe e non è detto che la loro presenza non possa espandersi ulteriormente negli anni a venire.

Una storia problematica

Il Tagikistan è particolarmente vulnerabile nei confronti delle penetrazioni islamiste provenienti dal vicino Afghanistan. La nazione, pur non essendo stata vittima di gravi attentati negli ultimi anni, è la seconda principale esportatrice di foreign fighters (oltre 1,300) diretti verso l’Iraq e la Siria. Il reclutamento da parte degli estremisti è facilitato dall’alto tasso di disoccupazione e dal fatto che il 29.5 per cento della popolazione del Paese vive in condizioni di povertà mentre il 14 per cento degli abitanti sono afflitti da condizioni di povertà estrema. I futuri islamisti vengono reclutati perlopiù in Russia, dove molti tagiki sono costretti ad emigrare in cerca di opportunità lavorative e dove talvolta sono stati oggetto di violenze (talvolta degenerate in episodi terrificanti) da parte di bande legate ad ideologie di estrema destra. La presenza di una forte repressione politica e la mancanza di prospettive di sviluppo socioeconomico hanno reso il Tagikistan una sorta di anello debole nell’ambito del contrasto al terrorismo. L’unico movimento politico in grado di convogliare le simpatie dei radicali, il Partito della Rinascita Islamica del Tagikistan, ha perso la rappresentanza parlamentare nel 2015 ed è stato poi designato come organizzazione terroristica dopo essere stato accusato di aver tentato un colpo di Stato nello stesso anno. In assenza di riforme significative è possibile che, in futuro, il Tagikistan possa indebolirsi fino a collassare in quello che sarebbe un dramma umanitario dalle proporzioni devastanti.





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