La recessione è ormai alle porte dell’ Europa e del mondo. Tutti i segnali sembrano andare verso quest’unica direzione. Dal vistoso calo della domanda a livello mondiale, passando per la battaglia sui dazi tra Stati Uniti e Cina, arrivando infine alla progressiva chiusura del programma di Quantitative Easing della Banca centrale europea.

L’Europa ancora debole di fronte alla crisi in arrivo

Insomma la maggior parte degli osservatori è concorde nell’aspettarsi una riduzione del denaro in circolazione, con conseguente riduzione dei consumi, degli stipendi e degli investimenti. Tutti passi preliminari che portano inevitabilmente ad un’importante recessione. In questo scenario poco ben augurante, l’Europa appare essere sicuramente l’attore, tra le nazioni più sviluppate, meno preparato ad affrontare la tempesta. I 28 Stati che compongono l’Unione europea non hanno saputo sfruttare al meglio il periodo di favorevole congiuntura economica che ha invece coinvolto Stati Uniti e Cina.

Mentre, infatti, la crescita del Pil in Europa si attestava su una media ben al di sotto del 2% (e per alcuni Paesi anche sotto l’1%), Cina e Stati Uniti sono cresciuti con una media rispettivamente del 6% e del 4%. Se dunque Washington e Pechino hanno da tempo superato il periodo di riabilitazione post trauma 2008, Bruxelles porta invece ancora entrambe le stampelle. E sappiamo bene come una ricaduta sia l’evento peggiore per chiunque abbia subito un qualsiasi tipo di infortunio.

La Germania ha trascinato l’Europa in recessione

La debolezza strutturale europea è ben nota e suscita preoccupazione anche fuori dai confini del Vecchio Continente. Bloomberg, il giornale che insieme al Wall Strett Journal rappresenta il mondo finanziario americano, ha dedicato un lungo editoriale al futuro, tetro, che attenderebbe l’Europa. Secondo il giornalista di Bloomberg la colpa principale di questo ritardo sarebbe da attribuire alla Germania, che “non ha saputo assumere il ruolo di locomotiva globale”.

Come già ben sottolineato su questo portale, Berlino avrebbe approfittato eccessivamente del proprio surplus commerciale (con enormi benefici per le esportazioni), facendo però ricadere i danni sulle economie mediterranee. Critiche già note. Bloomberg si spinge però oltre, denunciando come ora questa politica poco lungimirante abbia fatto crollare la posizione della stessa Germania sul mercato mondiale, in particolare per quel che riguarda la ricerca e lo sviluppo.

Ricerca e sviluppo, l’Europa è fanalino di coda

Il giornale americano mette in evidenza per questo fatto il vistoso rallentamento tedesco nella presentazione di brevetti negli Stati Uniti, rispetto alla costante crescita di nazioni come Cina e Corea del Sud. Tra le prime venticinque aziende per numero di brevetti registrati negli Usa, non si trova nemmeno una tedesca (e nemmeno una europea, aggiungiamo noi). Non migliore risulta poi la situazione all’ufficio brevetti nella stessa Europa, dove secondo Il Sole 24 Ore, la Cina ha ormai surclassato tutti per numero di richieste.

Questa scarsa propensione agli investimenti in nuove tecnologie non è però solo un difetto tedesco, come sostiene Bloomberg, ma è una caratteristica propria di tutta l’Europa. Secondo l’ultimo Digital Evolution Index emergeva che tra le nazioni europee è “il Regno Unito a essere digitalmente più ricettivo dei paesi dell’eurozona”. Un Paese che per giunta sta ultimando i negoziati proprio per staccarsi definitivamente da Bruxelles. Dallo stesso Index si poteva poi ricavare come “le nazioni più tecnologicamente avanzate sono in Asia”, dove si segnalavano Cina e Malesia.

Gli investimenti in ricerca e sviluppo sono i mattoni che diventano necessari soprattutto durante un periodo di recessione economica. Inoltre la rivoluzione digitale già in atto potrebbe ulteriormente polarizzare gli investimenti internazionali verso quei Paesi che stanno ammodernando il loro tessuto produttivo con più successo. E tra tutti questi l’Europa rischia una clamorosa esclusione. 

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