Quanto accaduto a Washington il 6 gennaio ha avuto e sta ancora avendo ripercussioni in tutto il mondo. La rivolta dei sostenitori del presidente uscente Donald Trump, che hanno violato il Campidoglio durante la votazione del Congresso per la certificazione della vittoria di Joe Biden, ha scatenato reazioni diverse in tutte le cancellerie del mondo. Risulta, in questo senso, molto interessante guardare come, al Cremlino, hanno giudicato i fatti accaduti due giorni fa.

La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, a poche ore dalla sedizione – perché chiamarla tentativo di colpo di Stato è improprioha detto che si è trattato di “un affare interno degli Stati Uniti” e che desidera che “il popolo americano viva con dignità questo momento drammatico della propria storia”.

La Zakharova, sempre nella stessa giornata, ha anche citato un giornalista della Cnn, già inviato a Mosca – Jill Dougherty –, affermando che “gli Stati Uniti non potranno mai più dire al mondo che siano un modello di democrazia”.

La portavoce ha inoltre aggiunto che “allo stesso tempo, richiamiamo la vostra attenzione sul fatto che il sistema elettorale negli Stati Uniti è arcaico, non soddisfa i moderni standard democratici, creando opportunità per numerose violazioni, e i media americani sono diventati uno strumento di lotta politica. È stata la ragione della scissione nella società che ora si osserva negli Stati Uniti”.

Queste affermazioni, insieme a quella riguardante gli “affari interni”, sono forse quelle più importanti e rappresentative degli umori del Cremlino riguardanti i fatti di Washington.

Il capo della Commissione per gli affari internazionali del Consiglio della Federazione Russa, Konstantin Kosachev, ha infatti rilasciato dichiarazioni dello stesso tono, anzi, a ben vedere ancora più dirette. “La celebrazione della democrazia è finita. Questo, ahimè, è effettivamente il fondo, lo dico senza gongolare. L’America non traccia più la rotta, e quindi ha perso tutto il diritto di impostarla. E ancor di più di imporsi agli altri” ha detto Kosachev sulla sua pagina Facebook.

Rincara la dose il capo della commissione per gli affari esteri della Duma, Leonid Slutsky, quando dice che “gli Stati Uniti non possono certo ora imporre standard elettorali ad altri Paesi e pretendere di essere il “faro della democrazia” del mondo”, aggiungendo che “il boomerang delle rivoluzioni colorate, come vediamo, sta tornando negli Stati Uniti. Tutto questo rischia di trasformarsi in una crisi del sistema di potere americano nel nuovo secolo”.

Sulla stessa linea anche il portavoce della Duma, Vyacheslav Volodin, che afferma che “il sistema politico americano è in profonda crisi”. Anche Volodin ritiene quindi che Washington non sia più titolata a ergersi a modello di democrazia, e pertanto perde il “diritto” di esportarla. Il parlamentare russo ha infatti ribadito che “siamo sull’orlo di una rivalutazione degli standard che vengono promossi dagli Stati Uniti d’America, che stanno esportando la loro visione della democrazia e dei sistemi politici di partito in tutto il mondo. Coloro che nel nostro Paese amano fare riferimento al loro esempio dovranno anche riconsiderare certe posizioni spacciate per avanzate”.

Il Cremlino fa quindi quadrato intorno a due principi fondamentali: quello che è successo a Washington è un “affare interno” degli Usa, lasciando intendere che certi Paesi – ovvero gli Stati Uniti stessi – non dovrebbero interferire con quello che accade internamente in altri, e che Washington non può più porsi come esportatrice di democrazia, proprio per via di quanto accaduto nella capitale, ma anche per il modo in cui sono avvenute queste ultime elezioni: è ancora Kosachev ad affermare che questa volta la parte perdente abbia motivi più che sufficienti per accusare i vincitori di falsificazioni. “La democrazia americana sta chiaramente zoppicando su entrambi i piedi” ha detto il deputato.

A Mosca si crede anche che il sistema politico americano sia ormai da considerare arcaico, e pertanto vada cambiato: “il sistema politico degli Stati Uniti non solo è chiuso, ma si è anche congelato nel suo sviluppo per circa 70 anni. Due partiti hanno monopolizzato il potere per oltre un secolo, non permettendo ad altre forze politiche di governare il Paese”, ha ancora affermato il portavoce della Duma. Una posizione condivisa da altri membri del parlamento e del governo russo.

In Russia sembrano pertanto avere le idee chiare in merito a quanto accaduto a Washington, e attribuiscono la causa scatenante a una polarizzazione della società, con l’emergere di opposti estremismi, nati proprio dalla mancanza di rappresentanza in seno alla vita politica del Paese. È ancora Volodin a dire che “c’è una divisione in tutti i settori della vita politica degli Stati Uniti”, che comprendono vari gruppi sociali, partiti e il Paese nel suo insieme. Le ragioni di queste tensioni, secondo il deputato, sono da individuare nei “gravi problemi nazionali e razziali, nella storia della guerra civile che separa ancora il Paese, in un sistema sociale ingiusto e in un sistema sanitario inefficace”.

Dello stesso avviso anche Slutsky quando dice che “quello che è successo a Washington è stata una conseguenza della divisione in due della società americana”, aggiungendo che le rivolte che hanno interrotto l’approvazione ufficiale dei voti elettorali al Congresso, hanno sicuramente “gettato un’ombra sull’intero processo di trasferimento democratico del potere”.

Quanto accaduto a Washington ha quindi offerto l’occasione al Cremlino di portare una stoccata diplomatica e propagandistica al fianco scoperto degli Stati Uniti. Mosca ha approfittato, anche giustamente secondo la propria visione, della situazione per condannare non solo la rivolta, ma anche l’abitudine statunitense di interferire nei processi politici dei Paesi stranieri, gettando una pesante ombra, nel contempo, sul sistema democratico statunitense.