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Gli Stati Uniti hanno di recente annunciato la rimozione di una parte del sistema missilistico Patriot dall’Arabia Saudita e la riduzione del numero di soldati impiegati nella missione di peacekeeping nel Sinai egiziano. Si tratta di decisioni che avranno delle conseguenze importanti sulla sicurezza di Arabia Saudita, Egitto e Israele e che danno ancora una volta modo di capire quale sia la politica mediorientale dell’Amministrazione Trump. La mossa infatti fa seguito ad altre decisioni prese dal presidente repubblicano volte a ridurre il coinvolgimento americano in Medio Oriente, come già successo con il ridimensionamento della presenza Usa in Iraq, o le attuali trattative con i talebani per uscire dal pantano afghano, o ancora il ritiro di quasi tutte le truppe a stelle e strisce dalla Siria dopo l’annuncio della sconfitta dell’Isis.

A modificare ulteriormente l’approccio degli Usa verso il Medio Oriente ha contribuito anche l’attuale pandemia causata dalla diffusione su scala planetaria del coronavirus. I danni economici causati dal Covid-19 porteranno inevitabilmente a una riduzione ed a una redistribuzione degli investimenti americani su tutti i settori, incluso quello della sicurezza.

Alla luce di ciò, diventa sempre più impellente per gli Stati mediorientali così come per gli Stati Uniti stessi domandarsi quali possano essere le alternative al modello attuale, basato principalmente sulla presenza e sugli investimenti americani e privo di un coordinamento tra i Governi (e le monarchie) della regione.

Le alleanze regionali esistenti

Molto spesso gli analisti si sono domandati perché in Medio Oriente non sia mai nata un’organizzazione internazionale sul modello della NATO con l’obiettivo di garantire la sicurezza e la stabilità regionale. La risposta abbastanza unanime a tale quesito è che in questa particolare area del mondo non si siano verificate le condizioni che in Occidente hanno portato alla nascita dell’Alleanza atlantica e che proprio la mancanza di una minaccia comune non abbia permesso agli Stati mediorientali di unirsi mettendo da parte differenze e reciproca diffidenza.

Ad oggi, gli unici due organismi ancora in piedi che hanno aperto la strada verso la cooperazione e la collaborazione regionale restano la Lega Araba e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), pur con i loro ben noti punti deboli. La prima è l’organizzazione multilaterale araba più longeva nata sulla scia del movimento pan-arabo degli anni ’90, ma ha dimostrato una scarsa capacità di intervento coordinato in caso di conflitto o di minaccia alla stabilità regionale e non è stata in grado di promuovere la cooperazione tra i suoi 22 membri. Il CCG ha invece cercato negli anni di migliorare la cooperazione tra i suoi aderenti da un punto di vista militare – puntando per esempio all’integrazione degli apparati bellici – ma i risultati sono stati abbastanza deludenti. A ciò si aggiunge inoltre la spaccatura interna al Consiglio: dal 2017, il Qatar è stato isolato e sottoposto a embargo dagli altri membri e la frattura non è ancora stata sanata.

Altri tentativi degli Stati mediorientali di unirsi per fronteggiare una minaccia comune alla stabilità regionale sono da rintracciare per esempio nelle alleanze create dal 1948 in poi contro Israele e i cui scarsi risultati in termini militari sono ben noti. Guardando invece al presente, l’ultimo esempio di coalizione creata per garantire la sicurezza regionale è quella guidata dall’Arabia Saudita e appoggiata principalmente dagli Emirati Arabi Uniti contro i ribelli houthi in Yemen. Anche in questo caso i risultati non sono stati dei migliori se si considera lo stato attuale del conflitto a cinque anni dal suo inizio.

Anche le operazioni contro lo Stato islamico, come ricorda l’Ufficiale americano Christian Heller, hanno messo in luce la scarsa capacità degli Stati mediorientali di reagire in autonomia alle minacce alla propria stabilità. La lotta all’Isis ha certamente coinvolto le nazioni della regione, ma a sostenerne realmente il peso sono stati gli Stati Uniti e l’Ue.

Ipotesi per il futuro

Una delle ipotesi attualmente al vaglio dell’Amministrazione Usa è la creazione dell’Alleanza strategica per il Medio Oriente (Middle East Strategic Alliance o MESA), formata dagli Stati del CCG – ossia Qatar, Bahrein, Arabia Saudita, UAE, Oman e Kuwait – e da Egitto e Giordania. A lanciare l’idea nel 2017 era stato il presidente Donald Trump durante un viaggio a Riad: il MESA dovrebbe contenere l’espansione iraniana e promuovere la sicurezza regionale, permettendo una graduale riduzione dell’impegno militare ed economico Usa nell’area. Ma i problemi da superare perché una simile alleanza possa nascere, come ricorda Luke Coffey dell’Allison Center for Foreign Policy, sono principalmente tre. Il primo è la sopracitata frattura all’interno del CCG; il secondo è la mancanza di un consenso sul focus primario del MESA, che alcuni vedono come un’alleanza di tipo economico o energetica piuttosto che militare; il terzo è l’assenza di un nemico comune. Quest’ultimo secondo gli Usa dovrebbe essere rappresentato dall’Iran, ma non tutti i membri dell’ipotetico MESA vedono in Teheran la principale minaccia alla loro sicurezza.

Ad oggi, quindi, non sembra possibile avviare la creazione di una simile alleanza ma ci sono strade intermedie che possono essere percorse per dare vita a un nuovo sistema di sicurezza regionale. Come spiega sempre Coffey, gli Usa dovrebbero procedere per gradi lavorando prima con numero ancora più ridotto di Stati fino a gettare le fondamenta per la creazione effettiva del MESA. Perché ciò avvenga, è necessario puntare non tanto sull’identificazione di un nemico comune quanto sull’importanza di eliminare i divari a livello militare e di sicurezza esistenti tra i diversi Paesi. Inoltre, Washington dovrebbe lavorare anche a livello economico ed energetico per incentivare la cooperazione tra le diverse nazioni su più fronti e rendere così più stabili i rapporti tra di esse. Ovviamente la piena realizzazione di questo piano richiederà tempi abbastanza lunghi, trattative costanti e la mediazione degli Usa. In ogni caso, che si stabiliscano alleanze regionali in vista del MESA o che si implementi direttamente tale Alleanza, gli Stati Uniti difficilmente potrebbero ridurre a zero la propria presenza e i propri investimenti in Medio Oriente. Ma è giunto il momento di trovare un’alternativa alla dipendenza dagli Usa.