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La quotazione in borsa di Aramco non avrà mai luogo. Questa circostanza, peraltro già affermata da diverse fonti nei giorni scorsi, appare adesso conclamata. Le ragioni, in maniera quasi sorprendente, non riguardano difficoltà finanziarie o mancanza di investitori. Armaco, la società saudita del petrolio, non sarà in borsa perché il re non vuole. Ed a Riad, che oramai da cinque anni assiste ad un’irrefrenabile scalata del figlio Mohammed Bin Salman, questo appare come un clamoroso colpo di scena.

L’inaspettato veto di re Salman su Aramco 

La ricostruzione viene fatta dalla Reuters, la quale si avvale di fonti interne ai palazzi reali dei Saud rimaste anonime. Ma tutto sembra in effetti coincidere. Nei giorni scorsi l’indizio che ha fatto intuire della fine del progetto di quotazione di Aramco, è stato il mancato rinnovo tra i capitoli di bilancio della società degli emolumenti da dare ai consulenti che da mesi si occupano della vicenda. Adesso nell’articolo della Reuters si parla proprio della circostanza secondo cui Re Salman, nel pieno del mese del Ramadan, ha imposto il suo diniego all’operazione Aramco. Il Ramadan quest’anno è caduto proprio a giugno.

Dunque, con molta probabilità, dopo un’accurata riflessione, alla fine l’80enne re Salman ha deciso di stoppare quella che sarebbe dovuta essere l’operazione fiore all’occhiello del figlio. Le ragioni del “no” del sovrano possono essere molteplici. La prima riguarda le difficoltà sempre maggiori a collocare il 5% di Aramco in borsa, per via di una quotazione iniziale di 2mila miliardi di dollari. Ma forse la difficoltà maggiore per re Salman riguarda i rischi dati da regole più stringenti sulla divulgazione dei dati, nel caso di quotazione della società in una borsa straniera. Si è parlato per mesi di quotare Aramco in una tra le borse di New York, Hong Kong o Londra. In tutti questi casi, sarebbe richiesto un principio di trasparenza su bilanci ed investimenti ben più marcato rispetto a quello attuale. 

In parole povere, Re Salman ha paura che quotando Aramco si perda l’esclusività sulle manovre da intraprendere con i soldi dell’azienda, la più importante a livello strategico del Paese. Tra il guadagnare da subito cento miliardi di dollari con la quotazione del 5% delle azioni ed il rendere più trasparenti le mosse della società, il re evidentemente ha valutato più conveniente evitare di introdurre in borsa Aramco. 

Le conseguenze della mancata quotazione di Aramco

A livello economico la mossa del Re non è certo indolore: come detto, le casse saudite non avranno immediati introiti di cento miliardi di dollari. Considerando le difficoltà del bilancio saudita, specie dopo le avventure in politica estera del principe ereditario, questa non appare certo una bella notizia. 

Ma è a livello politico che le conseguenze sono destinate a farsi sentire. Mohammed bin Salman dal 2015 è considerato il vero sovrano saudita. Lui, giovane rampante di casa Saud, ha preso le decisioni più delicate degli ultimi anni: guerra nello Yemen, embargo al Qatar, accentuazione del braccio di ferro con l’Iran, giro di vite sugli oligarchi sceicchi del Paese e primi timidi segnali di allargamento dei diritti alle donne. Di contro, l’anziano padre regnante appare con evidenti problemi di salute e con un potere oramai quasi del tutto delegato al figlio. Più volte nei mesi scorsi si è addirittura parlato di abdicazione definitiva di re Salman a favore di Mohammed bin Salman. 

Ma il veto sulla faccenda Aramco fa prepotentemente tornare il re alla ribalta. Le sue decisioni evidentemente hanno ancora un peso importante. E soprattutto il suo “no” equivale ad un vero e proprio veto in grado di stoppare anche le velleità del potente figlio. La vicenda Aramco dimostra che, nonostante tutto, al timone a Riad vi è un solo sovrano. 

Ed al di là della sola operazione inerente la società petrolifera saudita, vi è anche un altro aspetto da non sottovalutare. La quotazione del 5% di Aramco, di cui il governo di Riad è al momento unico azionista, è fiore all’occhiello del progetto “Vision 2030“. Si tratta del piano economico e sociale messo in campo da Mohammed bin Salman, una sorta di cartolina di quello che sarà il suo futuro regno. Con lo stop al progetto Aramco, l’intera impalcatura imposta dal figlio negli ultimi anni e nei progetti futuri rischia di essere molto più ridimensionata.