Alzi la mano chi l’avrebbe detto un paio d’anni fa. Chi avrebbe immaginato che un giorno, per la precisione tra l’8 e il 19 luglio del 2024, un piccolo contingente militare cinesi si sarebbe esercitato in Bielorussia, con i colleghi locali, in manovre antiterrorismo (antiterrorismo?) nei paraggi di Brest, a pochi chilometri dal confine tra Bielorussia e Polonia, Paese della Nato? E proprio mentre la Nato celebrava il 75° compleanno in quel di Washington, con il solito corredo di vaghe promesse di accoglienza per l’Ucraina di Zelensky, a cui vengono invece fornite tutte le armi possibili purché continui a combattere (anche) per conto nostro.
La partecipazione della Cina alle manovre in Bielorussia era ovviamente programmata da tempo, però si è infilata in un serie di coincidenze che, una dietro l’altra, rendono il quadro un po’ pesante. La Nato, a Washington, ha intimato a Pechino di smettere di aiutare la Russia e l’ha definita un pericolo per l’Occidente, facendo capire che questo atteggiamento non sarà privo di conseguenze. Ah sì? Ecco allora quel che succede in poche ore: l’aviazione e la marina cinese compiono la più massiccia azione di “avvertimento” nei confronti di Taiwan degli ultimi anni, con 7 navi e 65 aerei da combattimento, e Russia e Cina annunciano (e poi compiono) un pattugliamento congiunto nel Pacifico settentrionale, il quarto dal 2021. Dei cinesi al confine con la Polonia abbiamo già detto. E forse non farà male ricordare che la Cina, rifiutando di partecipare alla Conferenza di pace sull’Ucraina in Svizzera, aveva già mandato un messaggio piuttosto chiaro a chi poteva pensare di tenerla fuori dai giochi che contano.
Insomma: se gli Usa e l’Europa pensavano di intimidire la Cina, dovranno studiare qualcosa di più efficace. Al contrario: forse per la prima volta, dopo anni passati a descriversi come potenza “super partes”, interessata solo alla convivenza pacifica e ai commerci proficui per tutti, la Cina sembra disposta a prendere la guida di quel fronte antagonista all’Occidente che esiste certo nello spirito di molta politica internazionale ma che finora non è riuscito a darsi una forma compiuta.
Infatti, a dispetto dei movimenti di truppe, politicamente parlando non è la Cina che è andata in Bielorussia, ma il contrario. A inizio luglio, infatti, durante un vertice tenutosi ad Astana (capitale del Kazakstan), la Bielorussia ha ufficializzato il proprio ingresso nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), fondata da Russia e Cina nel 2001 soprattutto come alleanza contro il terrorismo ma pian piano evoluta in organizzazione che si pone come alternativa regionale alle analoghe organizzazioni occidentali. Oggi ne fanno parte dieci Paesi: Cina, Russia, Kazakhstan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India, Pakistan, Iran e, ultima arrivata appunto, la Bielorussia. Vale la pena di notare, visto che ormai le bombe atomiche sono tornate di moda, che quattro di questi Paesi (Cina, Russia, India, Pakistan) sono dotati di armi nucleari. E un quinto, sempre la Bielorussia, ospita sul proprio territorio armi nucleari altrui, le bombe atomiche tattiche della Russia.
In questo periodo, poi, si è cominciato a parlare con un po’ più di decisione della possibilità di un negoziato per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina. Il quadro è sempre quello, Ucraina sulla difensiva e con problemi di uomini, elezioni negli Usa in avvicinamento (e con quello che succede a Biden e a Trump…), Russia che non vuole mollare la presa. La differenza è che il tempo corre e pochi vogliono affrontare alla cieca un quarto anno di guerra. E da quando si è ricominciato a parlare di negoziati, spiccano due novità: adesso più o meno tutti (ucraini compresi) dicono che bisognerà coinvolgere anche la Russia; ma soprattutto, oggi più o meno tutti dicono che bisognerà coinvolgere la Cina. Potenza dei tempi che cambiano. Ricadute di una guerra che tutti, dagli Usa alla Russia alla Ue, con l’esclusione degli ucraini, hanno affrontato sulla base di previsioni sbagliate.
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