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(Da Beirut) Il Madagascar è sull’orlo di una guerra civile. Il 21 aprile la polizia ha sparato e ucciso due persone in una manifestazione dell’opposizione nella capitale Antananarivo. Da lì manifestazioni anti-governative si sono succedute come un fiume nella città. La causa di stato scontento è l’approvazione di una legge che avrebbe impedito ai principali candidati dell’opposizione di candidarsi alle prossime elezioni previste per novembre.

Gli oppositori accusano il regime di Hery Rajaonarimampianina, il presidente dello Stato insulare, di voler mettere un bavaglio a tutti coloro che non approvano le decisioni del governo. “Questo regime sporco di sangue malgascio, avrebbe potuto evitare tutto questo”, ha detto Hanitra Razasmanantsoa del partito Tim (abbreviazione per Tiako I Madagasikara, cioè “J’aime Madagascar”), considerato da un po’ di tempo come il portavoce di tutta l’opposizione.

Tra quelli non ammessi alla competizione elettorale ci sono due ex presidenti: Marc Ravalomanana, cacciato dal potere con un colpo di Stato nel 2009; e Andry Rajoelina, che era stato l’artefice del colpo di Stato con l’aiuto dell’esercito e guidò la più grande isola dell’Africa fino a quando non è stata ripristinata la democrazia nel 2013.

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Secondo la nuova legge approvata, un candidato alla presidenza deve presentare un resoconto contenente tutte le sue condanne giudiziarie. Marc Ravalomanana era stato condannato per una serie di reati dal tribunale del paese quando si trovava in esilio, in seguito al golpe. Pertanto, le nuove leggi approvate dal Parlamento costituirebbero un ostacolo per l’ex leader. Ravalomanana si è unito a Andy Rajoelina, per opporsi a queste leggi sostenute da Rajaonarimampianina.

Ma nonostante ci sia stata una sentenza della corte costituzionale il 3 maggio che ha cancellato parti della legge elettorale comprese quelle che avrebbero impedito a Ravalomanana e a Rajoelina di corre per le lezioni, l’opposizione non si è placata. I manifestanti chiedono le dimissioni di Rajaonarimampianina accusato di non aver fatto nulla per limitare la corruzione dilagante. L’attuale presidente a sua volta sostiene che i dimostranti stiano in realtà tentando un colpo di Stato contro di lui.

A questa situazione di crisi politica ne corrisponde una di stallo sul piano economico. Il Madagascar è uno dei pochi paesi al mondo che è diventato più povero tra il 1960 e il 2010. L’isola africana ha subito diversi colpi di stato e periodi di violenta instabilità. Ma questa volta pare che l’esercito non sia coinvolto. Anzi vi è stata una dichiarazione dei capi della polizia e dell’esercito che invitava i leader dei partiti a risolvere la crisi.

Hanno anche tentato di mediare per sanare le spaccature all’interno della società soggetti stranieri come il Southern African Development Community, un’organizzazione regionale di 15 paesi. Lo stesso ruolo lo ha avuto anche Joachim Chissano, ex presidente del Mozambico. Ma molti lo ritengono l’ideatore dell’accordo “nè né”, in cui Ravalomanana e Rajoelina sono stati esclusi dalla possibilità di essere eletti nella competizione del 2013. In questo clima neanche le elezioni a novembre sono più certe. Ma tutto ciò è proprio di ciò che il paese non ha bisogno. Al contrario la medicina allo stato attuale sarebbero elezioni libere e trasparenti con più candidati che si sfidano senza alcun tentativo da parte del governo di imbavagliare l’opposizione.

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