Le Filippine hanno sempre rappresentato il pivot geopolitico degli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico. L’accordo con cui il Pentagono ha attenuto l’accesso a cinque basi nell’arcipelago, siglato nel 2016 come aggiornamento dell’Enhanced Defense Cooperation Agreement (Edca) è considerato un simbolo di quest’alleanza militare che è divenuta evidente anche nella recente esplosione dell’islamismo radicale nell’isola di Mindanao. La concessione dell’utilizzo delle Antonio Bautista Air Base, Basa Air Base, Lumbia Air Base, Mactan-Benito Ebuen Air Base e Fort Magsaysay dimostra inequivocabilmente la penetrazione americana nello Stato filippino e l’importanza della partnership militare anche per la sicurezza del Paese – basti pensare alla base di Lumbia costruita nel cuore dell’isola di Mindanao. A questi accordi militari, si aggiunge poi un interscambio commerciale estremamente rilevante, dal momento che Manila intrattiene con Washington relazioni economiche che rendono gli Stati Uniti, nonostante la distanza che li separa, il terzo partner commerciale delle Filippine, dopo Giappone e Cina.

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Se però risulta ormai conclamato che le Filippine non possono fare a meno della partnership con gli Stati Uniti, è altrettanto vero che, negli ultimi tempi, specie con la presidenza Duterte, qualcosa sta cambiando nella percezione delle Filippine all’interno della politica del sud-est asiatico. Un cambiamento che nasce in realtà da due esigenze: la prima, quella di non dipendere esclusivamente da uno Stato ma di voler raggiungere una maggiore libertà di manovra; la seconda, derivante dall’evolversi degli eventi nella regione, che ha portato all’esplosione di crisi continue che dimostrano che gli Stati non possono più rimanere ancorati alle antiche alleanze. La nascita di quest’era multipolare, specie in un settore così interessato dal boom della Cina, è un fenomeno che alimenta un desiderio di autonomia dei singoli Stati che è molto diverso al mondo cui siamo stati abituati negli ultimi decenni. Questo non significa, sia chiaro, che Duterte porterà le Filippine fuori dall’orbita statunitense. Significa però che, rispetto a pochi anni fa, è possibile pensare che nascano accordi con altre potenze dove prima non si pensava ci fossero possibilità di manovra.

A conferma che anche le Filippine siano entrate in questa nuova fase di transizione geopolitica, arriva la notizia degli accordi siglati con la Russia nella cooperazione militare e per la fornitura di equipaggiamento militare, armi, munizioni e mezzi da combattimento. Il contratto è stato celebrato da entrambi i governi con una cerimonia avvenuta nel porto di Manila che si è tenuta a bordo della nave anti-sommergibile Ammiraglio Panteleev, una delle unità russe della Flotta del Pacifico. Una cerimonia molto sentita anche dal punto di vista politico, tanto che alla celebrazione hanno preso parte il ministro della Difesa russo, Sergej Shoigu, e lo stesso presidente filippino, Rodrigo Duterte. I rapporti sono poi stati definiti in un documento firmato da Shoigu e dall’omologo filippino Delfin Lorenzana, in uno dei vari vertici cui ha preso parte il ministro russo durante il meeting dell’Asean, a cui il ministero russo è stato invitato in qualità di osservatore.

Gli accordi di cooperazione fra Manila e Mosca s’inquadrano nel complesso sistema di relazioni che sta costruendo la Russia con i partner asiatici dell’Asean. Qui Mosca gioca un ruolo morto interessante. Da un lato, deve inserirsi in un’area che è storicamente contesa fra Stati Uniti e Cina e dove dunque si ritrova quasi da “terzo incomodo”; dall’altro lato, deve fare i conti con un’inevitabile difficoltà a scardinare rapporti politici ormai pluridecennali fra gli Stati appartenenti all’Asean e Usa, legati da contratti economici e commesse militari molto importanti. Il fatto che il Cremlino sia comunque riuscito a penetrare anche in un Paese così addentro all’orbita occidentale come le Filippine, dimostra però che qualcosa sta cambiando e che i rapporti di forza non sono più così certi. L’esplosione cinese, l’arretramento degli Stati Uniti e le sfide del mondo multipolare potrebbero condurre a un riequilibrio di poteri in cui la Russia può dire la sua, soprattutto in una fase storica in cui è sempre più chiaro che l’Oriente rappresenterà il settore-chiave delle dinamiche del Terzo Millennio.

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