Il 10 maggio, a tarda sera (non a caso l’esordio è stato “Buona sera, ma forse dovrei dire buonanotte”), Vladimir Putin ha convocato una conferenza stampa e, tra le altre cose, ha scandito queste parole: “Proponiamo a Kiev negoziati diretti senza precondizioni e proponiamo di iniziarli il 15 maggio a Istanbul… Domani parlerò con Erdogan e gli chiederò di preparare una piattaforma per i negoziati”. Per molte ore tutti hanno fatto come se Putin avesse detto niente. Un po’ perché l’ordine di scuderia è di fare come se tutto ciò che dicono i russi fosse una bugia o cosa di nessuna importanza. Un po’ perché ci sono molti che proprio non capiscono: esilarante il titolo del solito Minculpop, “Putin prende tempo”, come se uno che l’11 sera ti dice vediamoci il 15 per far finire una guerra fosse uno che tira per le lunghe. Un po’ perché la solfa del negoziato auspicato da Donald Trump stava ormai stufando, altro che risolvere tutto in 24 ore. E un altro po’ perché, in effetti, mancava la vera notizia, dato che il Cremlino aveva proposto già prima, e non poche volte, una trattativa.
Ciò che ha trasformato il tutto non solo in una notizia, ma in una grossa notizia, è stato il fatto che Volodymyr Zelensky abbia detto sì. Lo stesso Zelensky che, poche ore prima della conferenza-stampa di Putin, circondato dai “volenterosi” Keir Starmer, Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Donald Tusk per Gran Bretagna, Francia, Germania e Polonia, aveva rilanciato la richiesta di una tregua di 30 giorni prima di pensare a qualunque trattativa. Quella che il povero Merz aveva appena definito ” la maggiore iniziativa diplomatica degli ultimi mesi se non degli ultimi anni, per mettere fine alla guerra in Ucraina” liquidata in qualche ora.
Zelensky, per chi non l’avesse ancora capito, è un politico improvvisato (forse, non sono convinto) ma molto abile. Basta vedere quanto ha tenuto in ballo Donald Trump con la questione delle terre rare. Perché, dunque, di colpo ha accettato non solo di trattare con la Russia (cosa che ha persino fatto vietare per legge), non solo di incontrare Putin (altra cosa che è stata per anni considerata una bestemmia) e di farlo rinunciando alla clausola dei 30 giorni di tregua che da mesi sembrava scolpita nel marmo?
A quel che servono i “volenterosi”
Be’, intanto la convinzione, al di là delle apparenze e delle cerimonie, che con i “volenterosi” non sarebbe andato lontano. Dei quattro leader che a Kiev gli hanno giurato amore eterno, due (Merz e Tusk) hanno già escluso di mandare truppe per formare la famosa “forza di garanzia” che, una volta siglata l’eventuale pace, dovrebbe proteggere l’Ucraina fida ulteriori aggressioni russe; gli altri due (Macron e Starmer) difficilmente riuscirebbero a mettere insieme, anche con qualche contributo minore, i 25 mila soldati che tale forza dovrebbe schierare. Gli europei, nella testa di Zelensky, servono a ottenere armi e denaro, e poco più. L’unica garanzia di cui davvero gli importa è quella degli Usa.
E qui qualcosa sembra in effetti essere cambiato da quando, il 30 aprile, Usa e Ucraina hanno firmato il famoso accordo sulle terre rare, già oggetto dell’ancor più famoso litigio tra Trump e Zelensky alla Casa Bianca. Al di là dei termini pomposi o specialistici, l’accordo più o meno dice questo: Usa e Ucraina costituiscono un fondo da 100 miliardi di dollari (50 a testa) per sfruttare le suddette terre ed estrarre i minerali preziosi che esse contengono. L’Ucraina non ha un dollaro quindi metterà i suoi 50 miliardi man mano che comincerà a guadagnare dall’estrazione e dallo sfruttamento. Gli Usa, in compenso, possono coprire i loro 50 miliardi anche in… armi. Poiché gli esperti veri della questione “terre rare in Ucraina” hanno già alzato due bandiere rosse. La prima è che, risalendo le prospezioni geologiche all’epoca sovietica (ed essendo parte dell’Ucraina occupata dai russi), nessuno sa con esattezza che cosa ci sia da quelle parti nel sottosuolo, che resterà comunque di proprietà di Kiev. La seconda è che, anche usando un certo ottimismo, è difficile che gli eventuali giacimenti producano un qualche profitto prima di dieci anni.
E quindi, concludendo: attraverso quell’accordo, Zelensky ha ottenuto dagli Usa le famose “garanzie di sicurezza” (nel caso specifico: un bonus armi e/o denaro da 50 miliardi valido dieci anni) che aveva a lungo chiesto agli Usa. I quali, ci vien da sospettare, devono aver fornito al Presidente ucraino anche qualche garanzia sul “dopo”, sul suo futuro personale e sull’assetto di potere che egli rappresenta per quando la guerra sarà finita. Niente più abboccamenti con oppositori come Poroshenko o la Tymoshenko, niente più richieste di tenere le elezioni al più presto… In più, la guerra va come va, cioè male, e le operazioni di cosmesi comunicativa (come l’ultimo tentativo di rientrare nella regione di Kursk, subito celebrato dal solito Minculpop) non bastano più a nasconderlo.
Gli Usa, a loro volta, ottengono di mettere entrambi i piedi in Ucraina, e di trasformarla di fatto in un protettorato politico. È vero, l’accordo stabilisce che l’Ucraina potrà comunque entrare nella Ue, quando sarà il momento. Bisogna però essere convinti che il momento arriverà davvero, cosa di cui si può dubitare. E in ogni caso, da qui ad allora… E poi qualcuno davvero può credere che il Governo americano sia così sprovveduto da pensare di tappare con l’Ucraina la falla per cui il 50% del fabbisogno di metalli strategici per la Difesa Usa arriva dalla Cina? È chiaro che l’interesse della Casa Bianca sta altrove.
La situazione sul terreno
Rinfrancato dalla firma di Trump, dunque, Zelensky ha deciso di accettare la sfida di Putin: ci vediamo a Istanbul! Il duello sarà interessante, anche perché Mosca e Kiev continuano a parlare due lingue differenti. Dal Cremlino hanno spiegato chiaramente che la loro idea di negoziato è ripartire dalle trattative di Istanbul del 2022 tenendo conto la situazione odierna sul terreno. Nel 2022 la Russia chiedeva che l’Ucraina restasse fuori dalla Nato, che non avesse armi atomiche, che riducesse dimensioni e capacità del proprio esercito e revocasse alcune leggi considerate discriminatorie nei confronti della minoranza russa. I russi sembravano pronti ad alcune concessioni rispetto ai territori occupati, e della Crimea si sarebbe parlato in un successivo negoziato specifico. Di solito, poi, quando i dirigenti russi parlano di “tenere in conto la situazione sul terreno” intendono: stiamo occupando buona parte di quattro regioni ucraine, perché dovremmo restituirle?
Riesce difficile quindi capire, date le premesse, quale terreno comunque possano trovare Putin e Zelensky, con tutta la buona volontà di Erdogan. Rispetto al 2022, però, c’è anche una grossa differenza: Trump. Anche i sassi hanno capito che Trump vuole chiudere questa partita, importante in sé ma anche per le connessioni con altre e non meno importanti partite. La guerra dei dazi con la Cina, e tutto il mondo ha visto quanto Putin e Xi Jinping tenessero a celebrare la loro alleanza. La trattativa con l’Iran, da sempre vicino alla Russia che, a propria volta, sta pian piano tornando in gioco in Siria, dove un pezzo da novanta è la Turchia di quell’Erdogan che il 15 dovrebbe mediare tra Putin e Zelensky. Il tutto con enormi riflessi sulle relazioni con Israele, Paese che per non sbagliare ha mandato l’ambasciatore a presenziare alla sfilata sulla Piazza Rossa, del 9 maggio.
Anche da Istanbul, quindi, aspetteremo la vera notizia. Ovvero: poiché sappiamo che cosa più o meno dirà il Cremlino, conterà soprattutto ciò che dirà Kiev. Sempre che Zelensky, come ha già fatto con Trump alla Casa Bianca, non cerchi soprattutto lo show. Che sarebbe anch’esso, in ogni caso, una dichiarazione politica.
