Neanche il tempo di razionalizzare l’impatto e le conseguenze della Brexit, che ora va declinata mediante un anno di complesse trattative con l’Unione europea, e il Regno Unito già deve far fronte ad un nuova ipotesi di frattura.

Questa volta l’Ue non c’entra niente. Almeno non in modo così diretto come nel giugno del 2016. Il tema portato all’attenzione di tutta la politica britannica, dopo le elezioni irlandesi, è divenuto soprattutto quello dell’unità formale ed organizzativa dello Stato della Gran Bretagna e del Nord Irlanda. Qualche scossa preliminare era già stata avvertita per via della seconda richiesta di referendum da parte degli indipendentisti scozzesi, ma adesso il movimento tellurico rischia di trasformarsi in un terremoto geopolitico molto più serio.

All’interno dei confini del Regno, il “sentimento nazionale” sta tornando in auge. E il fenomeno, che non è più tanto misterioso, non riguarda soltanto una o due delle nazioni che compongono lo Stato unitario. La Brexit stessa fa parte di questo filone ideologico ritrovato. Per questo motivo, in fin dei conti, i progressisti confidano che il nazionalismo divenga un boomerang per i conservatori guidati dall’ex sindaco di Londra. Un boomerang che può arrivare da due direzioni diverse, ma in contemporanea.

Di qui a breve, infatti, potrebbe essere tracciata la prima linea di una sequenza tanto lineare quanto sconvolgente. L’ipotesi decantata da due formazioni politiche specifiche – quella che può portare alla scomposizione del Regno Unito in tre Stati – ha trovato conferma con l’esplosione elettorale di Sinn Fein, il partito che si è classificato sulla piazza più alta del podio, come peraltro previsto dai sondaggi, alle parlamentari del 2020. E il perché è presto detto.

Mary Lou McDonald, una delle due autrici dello storico riscatto del partito nazionalista, può divenire una spina nel fianco di Boris Johnson. La McDonald, così come tutta la sua formazione partitica, che non è più riconducibile all’organizzazione terroristica chiamata “Ira”, è favorevole alla riunificazione della Repubblica d’Irlanda con il Nord Irlanda. Sono almeno tre anni che Sinn Fein rivendica in pubblico, con delle campagne, la necessità di un progetto referendario da sottoporre ai cittadini. Una eventualità che, fino alla consultazione sulla Brexit, non sembrava poter divenire un reale oggetto di discussione.

La McDonald dovrebbe restare fuori dall’esecutivo di coalizione. E questo è un elemento che, a ben vedere, fa parte delle disamine scontate: Sinn Fein è stato riabilitato dagli elettori, ma non da quello che noi chiameremmo “arco costituzionale”. Ma il match decisivo per la McDonald, un po’ come fu per Nigel Farage e per il suo Ukip quattro anni fa, è un altro: la richiesta di un voto che possa davvero aprire le porte alla riunificazione.

Anche il partito nazionalista scozzese può contare sulla leadership di una donna, ossia Nicola Sturgeon, che è la premier scozzese. Questa delle donne al vertice dei partiti nazionalisti sta divenendo una costante del Vecchio Continente. Con una eccezione: il nazionalismo della Sturgeon e della McDonald può infastidire le velleità nazionaliste del Partito conservatore britannico. Una tipologia di cortocircuito che più di qualche commentatore aveva ventilato.

Johnson, del resto, deve confrontarsi anche con la rivendicazione dello Scottish national party. Una richiesta per nulla difforme da quella irlandese. Gli indipendentisti scozzesi, dopo aver sbancato alle elezioni anticipate, hanno in mente di presentare, per la seconda volta in poco tempo, un’ulteriore proposta di referendum, che il governo guidato da Johnson, secondo gli annunci, dovrebbe però ricusare. Per l’Irlanda vale un discorso leggermente diverso: sempre la fonte sopracitata ha evidenziato come gli accordi del 1998 prevedano che siano i reali a verificare la sussistenza di una volontà non più divisiva, per poi, in caso, predisporre un referendum. Si tratta di due evenienze distinte e molto complesse, ma mai dibattute come nelle ultime ore.

La sponda può essere ricercata dalle parti di Bruxelles, che ha tutto l’interesse ad indebolire Johnson in vista di questi 12 mesi di negoziati. Un conto è dover trattare con l’interno Regno Unito, un altro doversi sedere a tavolino con tre attori geopolitici diversi. Rimane molto difficile, tuttavia, che la scomposizione, nel caso avvenisse davvero, si compia entro la fine dell’anno. Strategicamente, l’Unione europea potrebbe comunque sollevare la questione. E le trattative potrebbero risentirne.