Quanti passi separano le nostre società dallo sprofondare nell’anarchia? È quello che ci si chiede vedendo la sequenza degli eventi che ha fatto seguito ad un attacco a colpi di coltello avvenuto fuori da una scuola nel cuore di Dublino. Le voci del coinvolgimento di un immigrato nel folle gesto hanno aizzato la protesta violenta da parte di gruppi appartenenti all’estrema destra ai quali si sono poi aggiunte bande di hooligans che hanno messo a ferro e fuoco una delle principali zone della città. Gli abitanti della capitale irlandese si sono risvegliati oggi sotto choc con ancora negli occhi le immagini dei negozi assaltati e dei mezzi pubblici dati alle fiamme a pochi metri da dove nel 1916 cominciò la rivolta di Pasqua nel Paese. Com’è possibile che una delle più vibranti e struggentemente belle città d’Europa, persino nelle sue imperfezioni, sia scivolata così in fretta nel caos? 

Per comprendere come si è arrivati ad un giovedì di ordinaria follia bisogna allontanarsi dall’immagine da cartolina che l’isola di smeraldo e la terra di James Joyce, Oscar Wilde e Bram Stoker conserva nell’immaginario collettivo e fare un salto ad un decennio fa quando l’Irlanda usciva da una pesante crisi economica e si avviava, complice un favorevole regime fiscale e legami con aziende britanniche e americane, a trasformarsi nella Silicon Valley d’Europa. La ritrovata forza di quella che già negli anni Novanta era definita tigre celtica, almeno sino all’alba di una recessione strisciante globale che ha visto i colossi tecnologici ricorrere a pesanti tagli, ha generato infatti uno dei mercati del lavoro più dinamici e stimolanti d’Europa, reso ancora più attrattivo dalle estenuanti trattative per la Brexit, attirando talenti da ogni parte del mondo. 

Eppure, mentre il Pil dell’Irlanda correva a perdifiato trainando i dati economici del Vecchio Continente, anche durante gli anni della pandemia, ed il tasso di disoccupazione passava dal 18% del 1985 al 4% del 2020, diventavano sempre più evidenti i segnali di un disagio sociale che accomuna la capitale tecnologica d’Europa ad una città dalle caratteristiche simili dall’altra parte dell’oceano, San Francisco. La crescita improvvisa e senza controllo si è andata combinando, alimentandola, ad una drammatica ed irrisolta crisi abitativa che, secondo i sondaggi, sarà uno dei temi che alle prossime elezioni potrebbe porre fine al duopolio centenario detenuto dai partiti centristi Fianna Fáil e Fine Gael aprendo così la strada allo Sinn Féin di Mary Lou McDonald. Come conseguenza collaterale al problema della carenza di alloggi il numero dei senzatetto continua ad aumentare e solo nell’ultimo anno è cresciuto del 17,5% passando dalle 10.805 alle 12.691 unità. Una piaga impossibile da ignorare quando si arriva in centro a Dublino e a cui si aggiunge la sempre più ampia fascia di persone afflitte da dipendenze da alcolismo e droga di cui lo Stato sembra non riuscire a prendersi cura.

Alla classe politica al potere non viene perdonata inoltre la mancata realizzazione di una rete di trasporto degna di una capitale del ventunesimo secolo – la linea metro che dovrebbe collegare l’aeroporto alla città dovrebbe entrare in funzione solo nel prossimo decennio – e una riorganizzazione di un sistema sanitario pubblico caratterizzato da lunghe liste di attesa e sovraffollamento dei reparti ospedalieri. Imperdonabili mancanze, considerato il surplus di bilancio di 10 miliardi di euro su cui siede lo Stato irlandese, che vengono sfruttate dagli ambienti di destra per rilanciare slogan xenofobi e anti-sistema.

L’Irlanda si prepara adesso ad un lungo periodo di riflessione. Ad aiutare a metabolizzare quanto successo nelle ultime ore è il commento di Fintan O’Toole, celebre penna dell’Irish Times, il quale si è scagliato contro i vandali e i saccheggiatori, “questi delinquenti non agiscono in nostro nome”, ed ha reso omaggio ai passanti che hanno impedito che l’attacco fuori dalla scuola potesse avere un bilancio ancora più grave: “L’angoscia e l’ansia colpiscono nel profondo e questo momento non verrà cancellato facilmente. Abbiamo però visto che alcune cose arrivano ancora più nel profondo: tra queste l’amore che ci spinge a rischiare le nostre vite per difendere quelle degli altri. Questo è ciò su cui si poggia la nostra repubblica”. Nel frattempo come in una rivisitazione di Waiting for Godot, l’opera dell’irlandese Samuel Beckett, i cittadini di Dublino e dell’intera Irlanda, famosi per la loro accoglienza e apertura mentale, attendono disperatamente un cambiamento che non ci si può più permettere di rimandare.