La Turchia batte un nuovo colpo diplomatico alle porte della Cina e sarebbe a un passo dal completamento di un importante accordo di difesa con il Bangladesh. In caso di fumata bianca tra le parti, Dacca acquisirà da Ankara il sistema di difesa aerea a lungo raggio Siper (e, forse, non solo quello) e potrebbe iniziare a coprodurre droni da combattimento turchi.
A differenza di quanto si possa pensare non ci troviamo soltanto di fronte ad una semplice intesa sulle armi. Con questa mossa, infatti, Recep Tayyip Erdogan conferma la volontà di continuare a proiettare la propria potenza – o almeno influenza – nell’Asia musulmana (e oltre), mentre il governo bengalese – schiacciato tra Cina e India – intende ottenere sovranità e più margine di manovra.
C’è dell’altro: il Bangladesh ha bisogno di rafforzarsi militarmente per rispondere alle conseguenze della limitrofa guerra civile in Myanmar. Negli ultimi mesi diversi proiettili di artiglieria vaganti sono caduti nel territorio controllato da Dacca, mentre velivoli militari birmani ne hanno più volte violato lo spazio aereo. Il governo guidato da Muhammad Yunus, sotto pressione, non ha potuto fare altro che rafforzare le precarie difese aeree del Paese.

L’asse strategico tra Ankara e Dacca
Il Bangladesh può contare su obsoleti sistemi di difesa a corto raggio che lasciano esposte intere aree strategiche e critiche alle incursioni esterne, come il porto di Chittagong e gli affollati campi profughi vicino a Cox’s Bazar. Il pacchetto turco rappresenta dunque una soluzione ideale per Dacca.
Il motivo è presto detto: come ha spiegato Asia Times, la combinazione del sistema Hisar-O+ a medio raggio e del sistema Siper a lungo raggio andrebbe a creare uno scudo di difesa aerea moderno e integrato. Ma Ankara cosa ci guadagna in tutto questo? L’accordo col Bangladesh rafforza la visione di Erdogan che sogna una Turchia influente a livello globale.
Meglio ancora, l’eventuale deal potenzierebbe la politica Asia Anew, un progetto avallato dal presidente turco con lo scopo di espandere l’influenza del suo Paese nel continente asiatico a suon di partnership culturali, militari e commerciali.
Nel frattempo Ashik Chowdhury, presidente esecutivo della Bangladesh Investment Development Authority e della Bangladesh Economic Zones Authority, ha dichiarato all’agenzia turca Anadolu che il Bangladesh potrebbe diventare un polo produttivo e logistico strategico per gli investitori di Ankara che desiderano entrare nel più ampio mercato asiatico.

Erdogan punta anche sull’Asia
Certo, Ankara e Dacca hanno discusso di trasferimento di tecnologia e joint venture che potrebbero trasformare il Bangladesh sia in un fornitore che in un futuro cliente per l’industria della difesa turca. Ma sul tavolo c’è ben altro: l’industria tessile e dell’abbigliamento, l’edilizia, i materiali da costruzione e quella farmaceutica. Oltre al fatto che la nazione bengalese potrebbe diventare l’ottavo mercato di consumo al mondo entro il 2030.
Negli ultimi anni, in ogni caso, la Turchia ha rapidamente ampliato la sua presenza nella difesa nel subcontinente indiano, affermandosi come il secondo fornitore di armi dopo la Cina, ha incrementato i rapporti con l’Asean, l’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico, e ha prestato particolare attenzione al consolidamento delle relazioni con i Paesi a maggioranza musulmana del continente.
La scorsa estate, non a caso, Erdogan ha effettuato un tour asiatico facendo tappa in Pakistan, Indonesia e Malesia. Parlando di investimenti, cooperazione economica (pure militare) ma anche di scambi culturali e visioni per un futuro di prosperità comune.
L’iniziativa di Ankara sta ottenendo risultati eccellenti. Il primo ministro malese Anwar Ibrahim, per esempio, ha definito Erdogan “un leader del mondo musulmano, un difensore della giustizia, un portavoce dei diritti umani e che si batte instancabilmente per ottenere risultati equi sulla scena mondiale”. Musica per le orecchie di Ankara.

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