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Mario Draghi ha scelto il comandante della Polizia Franco Gabrielli come nuovo titolare dell’autorità delegata alla sicurezza della Repubblica, sciogliendo così a poche settimane dall’inizio del suo mandato di governo il nodo intelligence che aveva accompagnato la fase terminale del governo Conte II. Niente riconferma, dunque, per l’ambasciatore Pietro Benassinominato nel ruolo da Conte a gennaio, e al contempo al fianco di Draghi per il coordinamento delle attività di intelligence è stata individuata una personalità da tempo esterna all’apparato dei servizi, contrariamente all’orientamento iniziale che si riteneva il premier avrebbe seguito, ma che conosce la materia avendo guidato il Sisde (dal 2007 Aisi) dal 2006 al 2008.

Gabrielli, 61enne nativo di Viareggio, è stato scelto da Draghi dopo che il premier, nel presentare la sua squadra, aveva deciso in un primo momento di non procedere immediatamente alla nomina dell’autorità delegata. Le ricostruzioni parlano di un forte feeling professionale creatosi tra Draghi e Gabrielli nel corso del loro incontro del 15 febbraio scorso, nel corso del quale si è discusso delle minacce alla sicurezza pubblica e delle problematiche poste al Paese dalla crescita di incertezza e disagio sociale. Motivazione che ha spinto Draghi a conferire a Gabrielli un mandato molto esteso: al coordinamento dell’intelligence, infatti, Gabrielli sommerà l’incarico di consigliere di Palazzo Chigi per i problemi della sicurezza. Una scelta strategica, se si pensa che già a ottobre il presidente della Società italiana di intelligence Mario Caligiuri aveva rilevato un crescente rischio portato alla sicurezza nazionale dalla presenza di fenomeni di incertezza e di picchi di tensione sociale legati alle conseguenze della pandemia che andavano affrontati in maniera politica e non solo con la repressione delle loro manifestazioni più violente.

Sotto il profilo politico-istituzionale, la scelta di Gabrielli da parte di Draghi mira a riportare nell’alveo la gestione dei servizi segreti abbassando le aspettative e la polemica interpartitica sul loro controllo e coordinamento. La fine dell’era Conte era stata accelerata sia dalla smania del premier di controllare con suoi fedelissimi gli apparati securitari sia dal malcelato intento dei partiti della maggioranza giallorossa di puntellare la casella dell’autorità delegata con un loro uomo. Nella difficoltà, Conte aveva tirato fuori dal cilindro il nome di alto profilo di Benassi, che è stato scelto troppo tardi per poter incidere sulla dialettica politica.

Draghi sceglie una linea ben precisa: in primo luogo, individua per la carica di autorità delegata una figura extra-partitica come già avevano fatto prima di lui Silvio Berlusconi (con Gianni Letta), Mario Monti (che nominò il prefetto Gianni De Gennaro) e, appunto, Conte. Questo per ribadire la trasversalità del comparto d’intelligence nella definizione delle linee guida e degli obiettivi dell’interesse nazionale. Gabrielli, da indipendente, è uomo con una conoscenza degli apparati molto approfonidta. proveniente dalla Digos, ha indagato negli Anni Novanta su diverse stragi di mafia (come quella di Via dei Georgofili a Firenze e quella di via Palestro a Milano), contribuito a strutturare dal 1996 il moderno Servizio centrale di protezione della Polizia criminale per tutelare pentiti di mafia e altri collaboratori di giustizia, contrastato le Nuova Brigate Rosse (Formiche ricorda il suo contributo nell’arresto dei responsabili degli omicidi di Massimo D’Antona, del sovrintendente della polizia Emanuele Petri e di Marco Biagi, nel 2003) e guidato, prima della nomina al Sisde, il Servizio Centrale Antiterrorismo del Viminale.

Secondo punto importante, non è da sottovalutare il fatto che da indipendente, in ogni caso, Gabrielli ha lavorato fianco a fianco con diverse amministrazioni politiche e ha saputo interfacciarsi con esponenti istituzionali di diversi colori politici. La sua carriera al Ministero dell’Interno e al Sisde/Aisi ha attraversato sia il terzo governo Berlusconi che il secondo governo Prodi; durante il governo Berlusconi IV Gabrielli ha ricevuto nel 2009 l’incarico di prefetto dell’Aquila, ha gestito da vice del commissario Guido Bertolaso l’emergenza del sisma abruzzese dello stesso anno, ha ricevuto nel 2010 l’incarico di guidare il dipartimento della Protezione Civile, da lui gestito fino al 2015. Il governo Renzi lo ha nominato nel 2015 prefetto di Roma e nel 2016 comandante della Polizia, incarico in cui è stato riconfermato nel 2018 dal governo Gentiloni.

In terzo luogo, nominando un esponente della Polizia Draghi assicura un fondamentale equilibrio di potere e rappresentanza ai vertici degli apparati di sicurezza e intelligence. Il direttore del Dis, Gennaro Vecchione, è esponente della Guardia di Finanza; ai vertici dell’Aise, il servizio estero, c’è un generale di corpo d’armata dell’Esercito, Giovanni Caravelli; l’Aisi, il servizio interno, è invece diretto da un esponente dell’Arma dei Carabinieri, Mario Parente. Con la nomina del super-poliziotto Gabrielli ad autorità delegata si chiude il cerchio e si manda un messaggio chiaro: i servizi e l’intelligence sono patrimonio comune della nazione e non oggetto di speculazione politica. Scegliere una figura trasversale come Gabrielli significa, dunque, chiedere una sostanziale normalizzazione: nelle settimane e nei mesi a venire, sarà bene sottrarre l’intelligence dalla partita politica di breve cabotaggio e assicurarle la riservatezza e la discrezione necessaria a condurre nel migliore dei modi analisi e lavori per prevenire i rischi che minacciano la Repubblica. Dal terrorismo alla rivalità tra le grandi potenze, dalla partita dei vaccini alla minaccia di scalate esterne alla nostra economia, i fattori di minaccia non mancano, ed è giusto che l’intelligence sia in trincea, senza distrazioni, per affrontarli.

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