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Non Francoforte o Berlino e nemmeno Parigi, Washington o Bruxelles. Mario Draghi sceglie Tripoli come prima visita ufficiale, ed arriva in un momento molto importante. Nel Paese nordafricano si è da poco insediato il nuovo governo Abdul Hamid Mohammed Dbeibah. E per la Libia si aprono speranze di transizione e di dialogo dopo dieci anni di guerra tra fazioni che si è rivelata essere una delle peggiore guerre per procura dell’intero arco mediterraneo.

Il premier ha posto l’accento soprattutto sulla ricostruzione. Italia e Libia, ha detto il premier, hanno “voglia di fare e di ripartire in fretta” con il rispetto “piena sovranità” del Paese africano. Per Draghi, quello che sta vivendo la Libia “è un momento unico per ricostruire e per guardare al futuro” e per ripartire, ha continuato il premier, “bisogna muoversi con celerità e con decisione”. Draghi ha parlato di un “incontro straordinariamente soddisfacente, caloroso e ricco di contenuti” con il suo omologo libico. E sul fronte migratorio, altro punto fondamentale delle relazioni tra Roma e Tripoli, il presidente del Consiglio ha detto di provare “soddisfazione per quel che la Libia fa per i salvataggi”, ribadendo che il prima “umanitario e non solo geopolitico”, ha detto Draghi, “si sviluppa anche ai confini meridionali”. Segnale quindi di un interesse italiano ed europeo non solo per quanto avviene lungo le coste nordafricane, ma anche per ciò avviene a sud, in quei confini porosi dei deserti tra la Libia e la fascia del Sahel.

Per Draghi si tratta del primo banco di prova internazionale. Ha scelto Tripoli come prima tappa all’estero dopo il suo ingresso a Palazzo Chigi, e questo è un dato molto importante. Rappresenta la continuità con i precedenti governi, che da sempre considerano il problema libico centrale nella gerarchia dell’agenda estera italiana, ma anche il desiderio del premier di non apparire distante da quelli che sono i problemi strategici del Mediterraneo per l’Italia. In questo senso, la telefonata con Recep Tayyip Erdogan dei giorni scorsi aveva già dimostrato che gli occhi di Draghi si stessero volgendo verso sud, in quella frontiera nordafricana dove oggi regna il caos ma anche crocevia di fondamentali interessi strategici italiani.

Per Draghi il viaggio di oggi non è semplicemente una parentesi. Perché l’Italia non può considerare la Libia un semplice luogo di passaggio. La nazione nordafricana rappresenta infatti da sempre una delle chiavi per comprendere la strategia italiana nel Mediterraneo. E la caduta di Muammar Gheddafi ha rappresentato per Roma la perdita di un interlocutore di straordinaria importanza nel panorama regionale. La guerra, voluta in particolare da Parigi e Londra, ha rimescolato le carte in tavola costringendo Roma non solo a entrare nello scontro ma anche a ricucire legami che il conflitto ha inesorabilmente lacerato o direttamente annientato. E questo ha fatto perdere numerosi punti all’Italia, che invece aveva costruito negli anni delle relazioni particolarmente importanti col Paese guidato da Gheddafi, a cominciare dal fronte energetico e quello delle imprese coinvolte nel Paese, fino a quello molto più dibattuto del controllo del fenomeno migratorio.

La guerra di Libia ha rappresentato un giro di boa di straordinaria importanza per tutto il Mediterraneo e per l’Italia. Oggi in Libia gli interlocutori sono tantissimi. E non sono soltanto quelli locali, ma soprattutto quelli internazionali. Ogni milizia e tribù, ogni città Stato governo o clan ha avuto in questi anni uno sponsor internazionale che ha sfruttato l’occasione per inserirsi nel conflitto e strappare aree di influenza. E con il disinteresse americano verso il caso di Tripoli e Bengasi, altri attori, in particolare i Paesi arabi, poi l’Egitto, la Turchia e infine la Russia hanno preso il sopravvento creando delle relazioni militari e strategiche che hanno scalzato tutti i partner europei. A cominciare dall’Italia. Roma è in partner importante, necessario, per certi versi fondamentale. Ma ad oggi non è l’unico. Per avere la Libia occorre passare per la Turchia e la Russia, ma anche per la Francia, che ha provato a sfruttare Khalifa Haftar per poi ripiegare con il fallimento della sua avanzata. E bisogna parlare anche con Berlino, che si è inserita gradualmente nel grande gioco libico trasformandosi in un attore fondamentale. Senza dimenticare l’Egitto, Emirati Arabi Uniti, Sauditi, ma anche Paesi meno importanti dal punto di vista mediatico come Grecia e Malta. La conferma arriva dal viaggio di Draghi: insieme a lui sono sbarcati anche il premier ellenico e quello maltese. Segnali inequivocabili: noi ritorniamo in Libia, ma non siamo più i soli. Né siamo in pochi.

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