Friedrich Nietzsche ne La volontà di potenza, una delle sue opere più celebri e discusse, dedicò un passaggio fondamentale all’analisi delle abitudini culturali tipiche dell’ingegno (“genio”) nazionale di ognuno dei principali popoli europei. Mettendo a confronto il “genio tedesco” e il “genio italiano” il filosofo di Rocken affermò che “il genio tedesco mescola, rende possibile, rende intricato, e morale. Il genio italiano ha fatto l’uso di gran lunga più libero e più delicato di quello che aveva ricevuto dagli altri e ha introdotto cento volte di più di quello che ha preso”.

Letto a posteriori, il frammento di Nietzsche è l’ideale punto di partenza per capire il dualismo che ha contraddistinto l’ultimo decennio della storia europea, avviato dal confronto tra la Germania di Angela Merkel e la Banca centrale europea guidata da Mario Draghi nel 2012. Un dualismo che inizialmente ha ruotato attorno alle risposte emergenziali da dare alla crisi dei debiti, alla tempesta finanziaria che travolgeva l’Europa, al problema dello spread tra i titoli di Stato per poi evolversi in relazione complessa, a tutto campo, fatta al tempo stesso di convergenza, competizione e cooperazione. Portando la Bce targata Draghi e la Germania merkeliana a prendere passo dopo passo coscienza sul loro ruolo nell’Unione Europea e, paradossalmente, a vedere nel complesso dualismo una fonte di rafforzamento reciproco.

Il “genio tedesco” ordoliberista, fondato sull’austerità e il moralismo sui conti pubblici si è fatto gradualmente politico. Comprendendo che le manovre di alleggerimento della Bce di Draghi avrebbro, in un certo senso, rappresentato un volano per export, produzione industriale e surplus commerciale della manifattura teutonica. Favorita su scala globale dalla svalutazione dell’euro: un risultato cui in sordina la Merkel ha applaudito pur non potendo fare a meno di constatare una manifesta antipatia verso il “Conte Draghila” nell’opinione pubblica e nei media tedeschi, condizionati se non addirittura ossessionati dal timore che qualsiasi deviazione dall’ordoliberismo avrebbe potuto rispolverare gli spettri dell’iperinflazione del 1923.

Il “genio italiano” si è manifestato in maniera oltremodo complessa nell’azione di Draghi da uomo-chiave dell’Europa. Il quantitative easing portato avanti sul modello di Usa, Regno Unito e Giappone ha dato la sponda monetaria al superamento dell’austerità generalizzata in Europa, è stato con pragmatismo e una dose di cinismo (pensiamo al caso dell’austerità imposta alla Grecia) fatto digerire da Draghi ai rigoristi per creare una nuova normalità nel Vecchio Continente.

Quella Draghi-Merkel ha rappresentato la coppia di testa del Vecchio continente negli ultimi anni. Un rapporto inevitabile, quello politico e personale tra i due, che oggi si manifesta come relazione tra due capi di governo. Quasi una sorta di cambio della guardia nell’Europa politica: Draghi, fresco della nomina a premier nel febbraio scorso, condividerà l’ultima fase del lungo percorso di oltre 15 anni della Merkel alla guida della Cancelleria federale. Tanto si è scritto sul favore che, in ultima istanza, Berlino avrebbe accordato all’ascesa dell’ex governatore Bce in luogo di Giuseppe Conte. E tanto si è detto del fatto che nell’era Draghi l’Italia mirerà a ampliare l’asse franco-tedesco alla guida dell’Europa in un triangolo portante per l’Unione in cui Roma, inevitabilmente ritenuta junior partner da Parigi e Berlino, potrà muoversi giocando di sponda ora con l’una ora con l’altra.

Con Parigi, a suo modo, il canovaccio è noto: definire un confine netto tra le questioni in cui è possibile cooperare e i campi di potenziale conflittualità e portare avanti un processo di rilancio dell’Europa anti-austerity sono le poste in gioco chiave. Con Berlino, invece, la partita assume ulteriore complessità, sia perché la crisi pandemica ha messo sotto sforzo e in tensione le filiere industriali e le catene del valore che vincolano Italia e Germania sia perché il possibile cambio della guardia alla cancelleria dopo le elezioni di settembre apre scenari interessanti.

La relazione con la Germania sarà sempre più cruciale nei prossimi mesi del governo Draghi. E sarà anche una questione di human diplomacy dare seguito politico agli ultimi mesi del dualismo che ha segnato l’ultimo decennio dell’Europa. Angela Merkel e Mario Draghi, oggi a loro modo più complementari che mai. La Cancelliera ha appreso la lezione: niente più austerità, niente più rigore e niente “moralismo”, dopo la crisi del Covid-19, ma una svolta keynesiana e un impegno politico a garantire investimenti e politiche anti-cicliche. Come Draghi, venendo acclamato come pontefice massimo della nuova fase economica, aveva proposto a marzo 2020 sul Financial Times in un editoriale che a molti è parso come un vero e proprio manifesto politico. Meno di un anno dopo, chiamato al governo da Sergio Mattarella, Draghi ricorda il ruolo chiave giocato dalla Germania nel garantire, con una scelta insolitamente anti-economica, il debito comune dell’Eurozona e porta il Recovery Fund come volano per il rilancio dell’azione del suo governo in Europa. Sfida sistemica da vincere in cui si saldano l’interesse italiano e quello tedesco.

Sullo sfondo, i progetti di autonomia strategica europea ideati principalmente dalla Francia e su cui, a loro modo, Draghi e la Merkel vogliono intervenire: la Cancelliera per evitare che si trasformino in moltiplicatori della potenza francese pagati da Berlino, Draghi per inserirli nel quadro dello spazio euroatlantico che è punto di riferimento per Roma. Andando oltre le sfiduce reciproche delle opinioni pubbliche, oltre i contrasti del passato e oltre le sfide del presente l’Italia e la Germania, nelle figure di Mario Draghi e Angela Merkel, portano avanti un rapporto politico inevitabile. Una delle grandi sfide sistemiche, simili alle relazioni che Roma porta avanti con attori come Francia e Turchia, in cui l’interdipendenza si fa sentire come estremamente influente. Un rapporto bilaterale che difficilmente anche in futuro potrà essere scisso dal percorso tracciato nel dualismo tra la Cancelliera e il banchiere romano divenuto premier.