Mario Draghi è per la terza volta nell’ultimo decennio tra le 100 persone più influenti al mondo secondo Time, e la questione ha una grande valenza politica: rappresenta l’attestazione del fatto che il premier, unico italiano nella classifica, ha vista confermata la grande fiducia e stima che gli ambienti politici ed economici di cui è espressione la rivista, “voce” del sistema a stelle e strisce, ripongono nel presidente del Consiglio.

Draghi entra nella categoria “Leaders” insieme a nomi come Joe Biden, Kamala Harris, Naftali Bennet, Donald Trump e Xi Jinping; il Segretario al Tesoro Usa Janet Yellen, che conosce bene Draghi in quanto a lungo sua collega come governatrice della Fed quando il premier era alla Bce, ha espresso tutta la sua soddisfazione per aver potuto nuovamente avere la possibilità di lavorare con il titolare di Palazzo Chigi.

Questa scelta da parte di Time segnala la natura di leader sistemico del presidente del Consiglio, che dalla sua ascesa al governo a febbraio ad oggi ha acquisito una ritrovata centralità negli affari internazionali portando sia a Roma che sul fronte globale il peso dei contatti personali, della consolidata abitudine a gestire il potere, della visione strategica per il Paese e l’Europa. Il Draghi che triangola con Emmanuel Macron per costruire un consenso nuovo contro il rigore e l’apatia sui conti pubblici dell’Ue, il Draghi che si intesta un G20 straordinario sull’Afghanistan, si confronta con Narendra Modi, Papa Francesco, Vladimir Putin, Xi Jinping, il Draghi che va ricostruendo il sistema di potere in Italia è il successore del confusionario e apatico Giuseppe Conte, rimasto a lungo escluso dai grandi consessi internazionali. Potere e peso specifico della human diplomacy: nella fase della globalizzazione in crisi e del Covid-19 i leader portano sui rispettivi sistemi-Paese un’influenza notevole, per quanto non possano essere supplenti dei limiti strutturali di una potenza.

Da oltre Atlantico si ripone inoltre grande fiducia nel premier per la possibilità che, raccogliendo lo scettro di Angela Merkel, Draghi possa mettersi a capo di un rinnovamento dell’Unione europea in grado di fugare definitivamente gli spettri dell’austerità tornati ad agitarsi pericolosamente nelle ultime settimane. La svolta keynesiana appare strutturale e Draghi ne è chiamato ad essere il garante, portando in campo fiscale quanto fatto in campo monetario col quantitative easing. Ma non solo: per gli Usa Draghi è soprattutto il realista che non potrà mai fare a meno di vedere l’atlantismo come una stella polare della politica italiana, un leader non subordinato a Washington ma che ha ben chiaro il campo di gioco in cui l’Italia si muove e che su un nuovo consenso transatlantico in materia di economia, sviluppo, difesa, lotta alla pandemia, contrasto ai cambiamenti ambientali costruisce la sua agenda. L’attestazione di stima arriva a poche settimane dal report al miele con cui il Dipartimento di Stato ha incentivato le aziende americane a investire nel Belpaese e segnala le profonde aspettative che Washington ripone nel titolare di Palazzo Chigi.

In sostanza, dunque, è come se a sei mesi dall’imprimatur al suo esecutivo gli Usa avessero garantito a Draghi una sorta di “tagliando” positivo sulla sua azione di governo. In una fase in cui l’Europa cerca nuovi leader e in cui il premier è chiamato a un vero e propriomomento De Gasperi”, trovandosi di fronte alla necessità di una ricostruzione materiale, sociale, forse addirittura istituzionale del sistema-Paese dopo una sfida collettiva come la pandemia e i suoi strascichi il punto di riferimento dell’atlantismo è visto come imprescindibile. Solidamente “atlantici” sono i riferimenti dei principali uomini scelti da Draghi per l’alta finanza istituzionale (Dario Scannapieco), i ministeri chiave (Giancarlo Giorgetti, Lorenzo Guerini, Roberto Cingolani), l’intelligence (Franco Gabrielli, Elisabetta Belloni), la rappresentanza in ambito comunitario (Pietro Benassi). Una scelta di campo silenziosa ma chiara che oltre Atlantico è stata apprezzata. E con la Cancelliera Merkel prossima al ritiro, è possibile che per il premier italiano si aprano ulteriori spazi di manovra su scala comunitaria. Tutto questo con lo sguardo di approvazione della superpotenza.