Mario Draghi è entrato definitivamente nelle grazie degli Stati Uniti in occasione del celebre discorso sul Whatever it takes! del luglio 2012 in cui aprì la strada alla possibilità che la Banca centrale europea operasse attraverso politiche monetarie straordinarie e inflisse, di fatto, un primo colpo all’austerità germanocentrica. Allora tanto temuta per gli effetti recessivi su scala globale dall’amministrazione di Barack Obama da spingere nelle settimane successive Ben Bernanke, governatore della Federal Reserve, a sostenere pubblicamente tesi che potessero offrire un volano alle manovre di Draghi culminate nel quantitative easing del 2015. Draghi è stimato a Washington e vede negli Stati Uniti un punto di riferimento non solo per la sua formazione nel contesto del mondo economico-finanziario ma anche per le sue visioni politiche e strategiche oggi riflesse nella sua esperienza di governo.

Gli Usa come stella polare

Non è un caso che Draghi abbia, nei suoi primi due mesi di governo, indicato l’allineamento con Washington e con l’amministrazione di Joe Biden quale “stella polare” della navigazione della politica estera nazionale. Adattando la relazione con un partner-rivale come la Turchia al tono “muscolare” richiesto da Biden per riportare alla linea pro-Nato Recep Tayyip Erdogan, alternando un braccio di ferro verbale e diplomatico all’apertura di spazi di confronto sui dossier comuni; rintuzzando le maggiori sintonie dimostrate dai due governi Conte con la Cina aprendo a un distacco più deciso sul fronte tecnologico e alla dialettica sui diritti umani; segnalando il posizionamento pro-Usa in occasione del caso dell’arresto della spia Walter Biot; riconquistando spazi di manovra in occasione della visita del premier in Libia; da ultimo, aderendo alla decisione dell’amministrazione Biden di avviare il ritiro delle truppe dall’Afghanistan.

Giuseppe Conte, poco prima di uscire da Palazzo Chigi, provò a riconquistare punti agli occhi della Casa Bianca sottolineando che “l’agenda Biden è la nostra agenda”, sdoganando il mix di protagonismo e provincialismo che spesso anima gli italiani di fronte alla superpotenza a stelle e strisce. Nel silenzio, Draghi ha nei limiti del possibile dato concretezza al principio che vuole Roma vincolata, in primo luogo, dai perimetri geopolitici e strategici fissati da Washington, ora più che mai interessata a avere in Europa interlocutori forti e certi dopo l’inizio della fase finale del governo della sempre difficile Angela Merkel e l‘appannamento di Emmanuel Macron. Contingenze politiche che hanno aperto dei margini di manovra per Draghi per porsi in prospettiva come punto di riferimento solido per Washington in Europa e di inaugurare un’azione a geometria variabile a cavallo tra gli Usa e l’asse franco-tedesco. Per tutelarsi dal rischio sistemico che l’Italia corre di esser lasciata inerme di fronte al rafforzamento del braccio di ferro tra potenze globali da un lato e per rintuzzare futuri “ritorni di fiamma” dell’austerità e del rigore dall’altro.

Draghi e gli Usa: partnership e responsabilità?

L’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente dell’Ispi, conversando conFormiche, ha riassunto in “partnership e responsabilità” l’approccio di Draghi agli Usa, sottolineando che a suo parere il governo si è dimostrato “fermo nei principi e nelle alleanze, aperto a collaborazioni, con un forte spirito di realtà. Se ne sono accorti a Washington e a Mosca, ad Ankara e Pechino”. Luigi Di Maio si è recato da Ministro degli Esteri in visita oltre Atlantico come neo-atlantista di ferro a Cinque Stelle, come ventriloquo del premier e come portavoce di una linea che nell’esecutivo vede tra i maggiori esponenti Lorenzo Guerini, ministro della Difesa del Pd, e Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo Economico leghista. Il ralliement atlantista del governo, secondo Massolo, offre assieme all’apertura della fase di avvicinamento al G20 a guida italiana la possibilità di sanare anche punti di divergenza con gli Stati Uniti come il tema della web tax proposta da diversi Paesi europei.

Dunque, complice le importanti entrature oltre Atlantico Draghi punta a una “relazione speciale” che valorizzi l’Italia agli occhi di Washington come uno dei fondamentali partner europei degli Stati Uniti. Il vincolo atlantico, nel calcolo di Draghi e del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è ritenuto l’ancoraggio fondamentale cui l’Italia si ritiene non possa e non debba rinunciare di fronte all’ascesa di potenze in grado di sfidare l’apparato istituzionale costruito dal campo occidentale e alle sfide della pandemia. Ebbene, per Mario Draghi la sfida nei prossimi mesi (o anni) di governo sarà quella di ottenere dividendi strategici consistenti da un approccio di questo tipo: la rottamazione dell’austerità, la spinta sugli Usa per un ruolo più attivo nel Mediterraneo allargatoun partenariato che sappia stimolare un nuovo rapporto tra Washington e l’Europa in settori critici (come ambiente e tecnologia) sono nell’interesse dell’Italia. Che anche di fronte alla superpotenza deve riacquistare capacità d’azione e far politica.

Stare con gli Usa a qualunque costo, sottoscrivere un Whatever it takes atlantista, rischia di condannare a un’analoga irrilevanza se non si usa il partenariato transatlantico come volano per altre azioni politiche. La fedeltà alla scelta di campo può essere, piaccia o meno, ritenuta il presupposto di una strategia, non la strategia stessa. E questo vale anche per Mario Draghi.