Mario Draghi ha sempre avuto un punto di riferimento preciso per la sua visione globale: gli Stati Uniti d’America. Figlio della corrente di pensiero liberalsocialista che ha creato una nuova fase all’atlantismo italiano, formato attraverso un dottorato al Massachusetts Institute of Technology sotto la direzione del futuro premio Nobel Franco Modigliani, ben inserito negli ambienti economico-finanziari transatlantici tra gli Anni Ottanta e Novanta e ispirato dal quantitative easing di Ben Bernanke nell’operare le sue azioni da governatore della Bce, Draghi ha riproposto, in asse con Sergio Mattarella, l’atlantismo come stella polare della sua azione politica una volta chiamato a Palazzo Chigi. E a tre mesi dal suo insediamento al governo, azioni dirette e contingenze politiche hanno posto il premier nella posizione di essere il primo riferimento statunitense in Europa.

Draghi sbuca tra Merkel e Macron

L’asse con gli Usa è complementare al triangolo europeo con Germania e Francia tra cui l’Italia ha iniziato a fare con sempre maggior energia da “pendolo”. Ma l’appannamento della stella di Angela Merkel e la sua prossima uscita dalla cancelleria federale di Berlino da un lato e la crisi politica interna alla Francia di Emmanuel Macron, che ha messo in discussione l’autorità del “monarca repubblicano” dell’Eliseo e le sue prospettive di rielezione del 2022, dall’altro hanno proiettato Draghi in una condizione favorevole e impensabile negli ultimi mesi del governo Conte II. L’Italia, in tal senso, pare oggi un’oasi di stabilità agli occhi degli alleati di oltre Atlantico.

Stabilità intesa nel senso della definizione di una linea di condotta chiara e coerente sugli affari internazionali e globali: Draghi, in sinergia con il Quirinale, ha riorientato con decisione verso un deciso sostegno all’atlantismo la posizione geostrategica dell’Italia. La presa di posizione forte nei confronti della Russia sul caso Biot, il congelamento dell’accordo sugli investimenti siglato tra Ue e Cina, la sinergia tra prese di posizioni dure e aperture al dialogo nei confronti della Turchia che hanno anticipato le manovre di Joe Biden portano la firma indelebile di Mario Draghi.

Draghi appare dunque l’uomo su cui Washington può contare per plasmare una nuova fase delle relazioni tra Usa e Unione europea e il leader che, con avvedutezza, può farsi carico di diverse istanze strategiche che, nell’interesse del Vecchio Continente, possono partecipare al rilancio dell’alleanza occidentale. Progetti come le politiche europee in materia di digitalizzazione, contenimento dello strapotere del big tech e transizione ecologica e piani quali quelli che implicano l’autonomia strategica del Vecchio Continente, se rafforzati dalla partecipazione italiana, appaiono maggiormente digeribili a Washington, che teme sia le velleità neo-golliste di Macron sia la possibilità di una svolta autonoma da parte di Berlino.

Il riallineamento delle componenti filo-statunitensi di formazioni come Partito Democratico e Lega in sostegno alla maggioranza, la convergenza pro-Nato del Movimento Cinque Stelle e la presenza come forza di opposizione attenta al confronto col governo di un partito, Fratelli d’Italia, sempre più guardato con attenzione a Washington e dotato di un background internazionale con la presidenza di Giorgia Meloni del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei completano il quadro.

Draghi, il pontiere

Gli Usa si aspettano dunque che l’Italia, nel post-Draghi, possa proseguire come alleato stabile e evitare defezioni o uscite dal gruppo pari alla firma del memorandum sulla Nuova via della seta del 2019. Quanto programmato anche dal Quirinale con la componente di garanzia del posizionamento internazionale dell’Italia, pilastro fondamentale della dottrina presidenziale di Sergio Mattarella, si è sul campo trasformato in un sempre più assertivo posizionamento di Draghi nel ruolo di pontiere tra le due sponde dell’Atlantico.

Draghi ha suonato la carica della risposta alla crisi pandemica lo scorso anno con il suo editoriale sul Financial Timesha visto le sue prese di posizione incorporate nell’azione politica delle amministrazioni Trump e Biden e ha nell’attuale governo di Washington un canale di comunicazione diretto e una conoscenza consolidata con Janet Yellen, ex governatrice della Fed e attuale segretaria al Tesoro di Biden, a cui la accomunano la comune impronta keynesiana sul fronte della risposta alle crisi economiche. Fonti qualificate vicine agli ambienti istituzionali romani, inoltre, ci ricordano che nei processi di definizione delle politiche economiche, delle nomine alle partecipate pubbliche e nelle questioni securitarie Draghi abbia l’abitudine di avvalersi con costanza del parere di due figure chiave del suo entourage: il professor Francesco Giavazzisuo principale consigliere economico, e il prefetto Franco Gabrielli, investito dell’autorità delegata per la sicurezza della Repubblica.

Ebbene, la cerchia più stretta di Draghi conferma la natura dell’orientamento atlantista dell’esecutivo: Giavazzi ha alle spalle una lunga carriera di insegnamento oltre Atlantico ed è uno dei principali interpreti in terra italiana dell’evoluzione del pensiero macroeconomico di fronte alle sfide dell’era presente, mentre Gabrielli viene stimato dalle autorità a stelle e strisce sin dai tempi della sua attività al Sisde. Chi ben conosce le dinamiche dell’esecutivo, inoltre, ricorda che il più ascoltato e strategico dei ministri politici dell’attuale governo è Giancarlo Giorgetti, che ha convinto Matteo Salvini e la Lega a fare dell’atlantismo la propria Stella Polare e a supportare convintamente il nuovo governo alla caduta di Conte.

Draghi, “l’americano”, potrà nei prossimi mesi od anni consolidare questo posizionamento e dovrà farlo nell’ottica della valorizzazione dell’interesse nazionale italiano: l’assunzione di responsabilità nel Mediterraneo e nell’estero vicino della Penisola nel quadro della sicurezza euroatlantica, il definitivo superamento dell’austerità germanocentrica, la comune regolamentazione degli standard ambientali e della tassazione delle multinazionali a stelle e strisce sono obiettivi a cui l’Italia può ambire facendo leva sulla relazione speciale” con Washington. Nella consapevolezza che Draghi mantiene comunque la capacità d’azione e l’autorevolezza necessarie ad alzare, ove necessario la voce: e non a caso una dimostrazione della nuova centralità dell’ex governatore della Bce in ambito euroatlantico lo si è avuto al recente summit di Oporto, in cui pur approvando la mossa di Biden sui brevetti dei vaccini ha invitato la superpotenza di oltre Atlantico a risolvere i nodi su produzione e commercializzazione dei sieri anti-Covid. Un alleato vero non si limita a scattare sull’attenti, ricorda che la relazione, anche se asimmetrica, può essere bilaterale. E solo così facendo l’Italia può rafforzarsi come pivot tra Europa, Usa e Mediterraneo.

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