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Douma, Siria, 7 aprile 2018. Un presunto attacco chimico attribuito all’esercito arabo siriano di Bashar al Assad scatena la reazione delle cancellerie occidentali contro Damasco. In quei giorni l’aviazione russa e quella siriana stanno bombardando Douma, uno dei più importanti centri abitati della Ghouta orientale, mentre le truppe di terra avanzano faticosamente. Come ricordava Matteo Carnieletto su questa testata, in questo fazzoletto di terra non lontano dalla capitale sono asserragliati i miliziani dell’Esercito dell’islam, una fazione radicale che, in passato, si è resa protagonista di crimini efferati contro le minoranze religiose ed è proprio da quei sobborghi che i jihadisti continuano a far piovere missili e colpi di mortaio sulla capitale Damasco.

Nella notte fra il 7 e l’8 aprile si verifica un presunto attacco chimico che subito viene attribuito ad Assad. Il 14 aprile gli Stati Unit reagiscono all’accaduto, appoggiati da Francia e Gran Bretagna, e bombardano la Siria con dei missili da crociera indirizzati contro un presunto sito usato dal regime per sviluppare armi chimiche. Il 1° marzo scorso, l’Opac – Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche – ha pubblicato il report tecnico su Douma, concludendo che esistono “ragionevoli prove che un attacco con un’arma chimica sia avvenuto il 7 aprile 2018” e che la “sostanza tossica usata era in tutta probabilità il cloro”. Il rapporto non stabilisce responsabilità precise, sebbene molti abbiano continuato ad accusare Damasco. Ora la storia di quei giorni potrebbe essere completamente riscritta.

Come riporta Repubblica, infatti, una gola profonda potrebbe riaprire il caso. A rendere nota l’esistenza di questo whistleblower è un gruppo di esperti e attivisti che si sono riuniti a Bruxelles il 15 ottobre scorso su iniziativa dell’organizzazione Courage Foundation, un ente che protegge whistleblower di alto profilo e da anni è impegnata nella difesa di Edward Snowden, Chelsea Manning e Julian Assange.

Douma, le rivelazioni della “talpa”

Ci sarebbe dunque una talpa, interna all’Opac, che avrebbe mostrato documenti e mail interne che testimonierebbero “pratiche inaccettabili durante l’indagine sul presunto attacco chimico a Douma”. Ad ascoltare le rivelazioni il gruppo di esperti già citato. Come spiega Repubblica, si tratta di un gruppo di esperti e attivisti che include l’ex direttore generale dell’Opac, José Bustani; l’accademico Richard Falk, professore emerito di legge internazionale a Princeton; l’attuale direttore di WikiLeaks, il giornalista islandese Kristinn Hrafnsson; Helmut Lohrer, che è uno dei dirigenti dell’organizzazione internazionale International Physicians for the Prevention of Nuclear War; il professore Guenter Meyer, dell’università tedesca Johannes Gutenberg di Mainz; Elizabeth Murray, ex analista dell’intelligence per il Medio Oriente presso il National Intelligence Council di Washington, e infine l’ex capo delle forze speciali inglesi, John Taylor Holmes.

Come racconta Kristinn Hrafnsson a Repubblica: “Al nostro gruppo di esperti sono state presentate prove che gettano dubbi sull’integrità dell’Opac. Sebbene il whistleblower non sia pronto a rivelare la propria identità e a presentare i documenti al pubblico, WikiLeaks ritiene che sia assolutamente nell’interesse dell’opinione pubblica mostrare tutti i materiali raccolti dalla missione di fact-finding dell’Opac a Douma e tutti i report scientifici dell’indagine. Noi invitiamo chi ha accesso ad essi all’interno dell’Opac a inviarli in modo sicuro a WikiLeaks attraverso la nostra piattaforma wikileaks.org/#submit”.

José Bustani ha osservato che “le prove evidenti di un comportamento irregolare nelle indagini dell’Opac su un presunto attacco chimico a Duma confermano i dubbi e i sospetti che già avevo. Non riuscivo a capire quello che leggevo sulla stampa internazionale. Perfino i rapporti ufficiali sulle indagini sembravano incoerenti, nella migliore delle ipotesi. Adesso il quadro è più chiaro sicuramente, anche se molto inquietante”.

Sempre più dubbi su Douma

Lo scorso anno, il sito Working Group on Syria. Propaganda and Media, vicino a Damasco, ha diffuso un documento datato 27 febbraio stilato da Ian Henderson, uno dei tecnici dell’Opac che in alcuni punti contrasta con la versione diffusa dall’ente internazionale premio nobel per la Pace: “Le dimensioni, le caratteristiche e l’aspetto dei cilindri e la scena circostante gli incidenti erano incoerenti con quanto ci si sarebbe aspettati nel caso in cui uno dei due cilindri fosse stato lanciato da un aereo (…) In sintesi, le osservazioni sulla scena dei due luoghi, insieme all’analisi successiva, suggeriscono che vi è una maggiore probabilità che entrambi i cilindri siano stati posizionati manualmente in queste due posizioni anziché essere stati lanciati dagli aerei”.

Ovvero: sarebbero stati i jihadisti dell’Esercito dell’islam a posizionare i cilindri contenenti il cloro in una zona precedentemente bombardata dai governativi per far ricadere la colpa su Assad e scatenare così la reazione americana. Ipotesi che con le nuove rivelazioni potrebbe prendere sempre più piede.