L’agenzia del Pentagono per la sicurezza e la cooperazione (Dsca) ha confermato che il dipartimento di Stato Usa ha approvato la possibile vendita del sistema di difesa anti-missile Thaad all’Arabia Saudita ad un costo di circa 15 miliardi di dollari. Secondo quanto riportato dall’Agenzia, il governo di Riad è in procinto di comprare 44 lanciatori Terminal High Altitude Area Defense, 360 missili, oltre a radar e unità di controllo. Come si legge nella nota della Dsca, “questa possibile vendita rientra nel sostegno agli obiettivi di politica estera e sicurezza nazionale degli Stati Uniti, migliorando la sicurezza di un paese amico. Inoltre favorisce gli interessi di politica estera e sicurezza nazionale degli Usa e sostiene la sicurezza a lungo termine dell’Arabia Saudita e della regione del Golfo di fronte alle minacce regionali e dell’Iran”.

La notizia dell’acquisto del sistema Thaad da parte della monarchia saudita non è una novità da un punto di vista politico. Non va dimenticato che uno dei primi grandi contratti siglati da Donald Trump una volta alla Casa Bianca è stato proprio quello della vendita di armi all’Arabia Saudita per centinaia di miliardi di dollari. Un contratto faraonico che aveva avuto il suo sigillo nella visita ufficiale del presidente Usa nel paese arabo con festeggiamenti e cerimonie che avevano fatto intendere come l’asse fra Washington e Riad fosse molto solida. Un contratto che non rappresentava soltanto la compravendita di armi, ma una vera e propria definizione dell’Arabia Saudita come partner strategico di primo piano nello scacchiere mediorientale e dunque, in buona sostanza, contro l’Iran e la sua potenziale espansione verso occidente.

Se di per sé non fa notizia il fatto che l’Arabia Saudita pianifichi l’acquisto di sistemi anti-missile dagli Usa, è interessante mettere la nota del Pentagono in correlazione con le ultime azioni di Casa Saud sul piano internazionale. La nota con cui si afferma che il dipartimento di Stato americano ha approvato la vendita, arriva, infatti, subito dopo che l’Arabia Saudita ha concluso un memorandum d’intesa con la Federazione Russa per l’acquisto del sistema anti-missile S-400 di ultima generazione. Lo stesso sistema che ha voluto acquisire la Turchia di Erdogan e che ha visto la netta opposizione dei comandi Nato, che si trovano ora a dover assistere a un Paese dell’Alleanza atlantica con un sistema anti-missile di fabbricazione russa. Il memorandum d’intesa fra Arabia e Russia è particolarmente interessante per due fattori. Il primo è che oltre all’acquisto dei sistemi missilistici di Mosca è prevista anche la formazione del personale saudita per il suo utilizzo da parte dell’esercito russo. Dunque vi è una collaborazione molto più profonda delle due forze militari dopo le gravissime divergenze che per anni hanno avuto i rispettivi governi sul fronte siriano. Inoltre, è interessante ricordare come, a detta dell’agenzia di stampa saudita Spa, l’accordo include anche l’acquisto di altri tipi di armi, in particolare di fucili kalashnikov Ak 103. Il secondo dato è importante perché l’accordo prevede che la società russa Rosoborn Export Company che sosterrà l’industria di armi del regno per raggiungere gli obiettivi della “Vision 2030”. Il contratto, infatti, prevede che una parte della tecnologia per fabbricazione dei kalashnikov sarà trasferita in territorio saudita. Una scelta molto importante, perché s’inserisce nel quadro della Vision 2030 che appunto prevede un’industria bellica saudita in larga parte autonoma da altri Stati

Questo doppiogioco di Riad nei confronti di Mosca e Washington risulta abbastanza curioso, ma anche tutto sommato semplice da decifrare. L’Arabia Saudita, dopo la visita del re Salman bin Abdulaziz Al Saud a Mosca, ha confermato che non può fare a meno della Russia. Non può farne a meno né da un punto di vista politico, né da un punto di vista militare, né da un punto di vista economico. E non a caso insieme agli accordi per la vendita di armi, si è discusso a Mosca anche della partecipazione della società saudita Saudi Aramco nel progetto Artic-Gnl 2 per la produzione di gas liquefatto, in particolare con l’azienda russa Novatek. Oltretutto, la questione dei prezzi del petrolio, da cui dipende buona parte dell’economia saudita, è un tema in cui Putin e re Salman convergono ed è dunque necessario instaurare un dialogo molto più forte.

Dall’altro lato, l’Arabia Saudita deve forzatamente giocare un doppio ruolo in cui non può inimicarsi gli Stati Uniti. E non a caso, subito dopo la notizia dell’acquisto del sistema S-400 e degli accordi sul gas, è arrivata la notizia della vendita del Thaad. Riad è perfettamente consapevole che mantenere gli Stati Uniti come propri alleati è assolutamente fondamentale nello scacchiere mediorientale, specialmente in quanto entrambi avversi all’ascesa dell’Iran. Un gioco pericoloso che per ora i sauditi hanno giocato bene, ma che potrebbe presto arrivare a una conclusione. Essere alleati di due superpotenze rivali non può durare a lungo. E cambiare rotta, così repentinamente, sia sul tema del terrorismo che su quello geopolitico, potrebbero essere mal visto in certi settori. L’attacco al palazzo reale a Gedda, come affermato in questa testata, potrebbe non essere un caso.

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