L’attentato di Mogadiscio, in Somalia, è uno dei più cruenti della storia recente africana. Sono circa 300 le vittime accertate e altrettante centinaia i feriti, di cui moltissimi in condizioni disperate. Un bagno di sangue che scuote la Somalia e che non può non essere un campanello d’allarme per tutto il Corno d’Africa. Non è ancora arrivata una rivendicazione ufficiale. La polizia somala ha puntato il dito contro il gruppo terrorista di Al Shabaab, legato ad Al Qaeda da ormai cinque anni, e considerato l’unico gruppo terroristico in grado di colpire con una tale violenza nel paese africano. Il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, soprannominato Farmajò, aveva sostenuto lo scorso maggio nella conferenza internazionale sulla Somalia a Londra, che il governo di Mogadiscio avrebbe potuto sconfiggere l’organizzazione di Al Shabaab nell’arco di due anni. Previsioni ben più rosee di quanto si potesse pensare, dal momento che questo colpo del terrorismo a Mogadiscio certifica di fatto la potenza incredibile di questa organizzazione jihadista e l’incapacità del governo somalo di far fronte a un gruppo che è cresciuto in numero ed efficacia degli attacchi. Il tutto a discapito di un Paese, la Somalia, che fino a pochi mesi fa era considerata da più parti uno Stato fallito e in cui i governi locali sono praticamente delle autonomia de facto. La conferenza internazionale di Londra, in cui è stato invitato il presidente in qualità di rappresentante della Somalia, avrebbe dovuto rappresentare la fine del limbo somalo e l’inizio di una concezione del Paese come uno Stato vero e proprio e in molti avevano parlato di una “primavera somala”. Una primavera stroncata dal terrorismo soltanto dopo pochissimi mesi.

Molti analisti hanno voluto vedere in questo attacco qualcosa di più di un semplice messaggio di terrore rivolto da Al Shabaab al governo centralo di Mogadiscio. Perché la Somalia, negli ultimi tempi, si è trasformata in un Paese estremamente importante nelle logiche geopolitiche del Medio Oriente e dei paesi islamici: molto più di quanto si possa immaginare. Come ha confermato all’agenzia Fides Luca Puddu, Senior Africa analyst, presso l’Institute of Global Studies, la Somalia è al centro dei giochi di guerra del Golfo Persico fra Emirati, Arabia Saudita e Qatar. Come ricordato dall’analista, il Qatar è uno dei pochi Paesi dell’area ad aver mantenuto la neutralità nei confronti dello scontro fra monarchie del Golfo e anzi, oltre ad aver lasciato libero il proprio spazio aereo per la Qatar Airlines, non va dimenticato che il presidente ha vinto le elezioni anche grazie a un ingente sostengo economico da parte dell’emirato di Doha. Il fatto che il Qatar si sia interessato alla Somalia non è casuale ovviamente, né è causale che la Turchia sia lo Stato mediorientale più impegnato nel Paese e dove ha anche un’importante base militare: più precisamente, la più grande base dell’esercito turco all’estero è proprio nei pressi di Mogadiscio.

Che lo scontro fra potenze del Golfo Persico s’irradi anche a livello di attentati terroristici, è un tema molto delicato, che molti analisti considerano credibile. Si tratterebbe di uno scontro asimmetrico fra potenze che utilizzano i movimenti terroristici per colpire Stati che oscillano fra il blocco saudita e quello degli alleati del Qatar. E in Somalia, questo scontro è addirittura più interessante, dal momento che esistono regioni più legate agli Emirati Arabi Uniti, come il Somaliland, e un governo centrale legato al Qatar. In questo contesto, un attacco al cuore del Paese rappresenta un messaggio ma anche un colpo alla politica del presidente rispetto a quella delle autonomie regionali.

La Turchia in tutto ciò è un Paese che è colpito in modo indiretto ma chiaro. Il governo di Ankara ha investito da sempre nella Somalia, considerata come un Paese sostanzialmente vergine rispetto a influenze estere e soprattutto in grado di avere un peso geopolitico non irrilevante con il passaggio di fondamentali tratte commerciali, oltre che con un mare molto ricco di risorse ittiche. Erdogan ha stretto con Mogadiscio un patto di fedeltà importante, che si è poi tradotto, come detto, nella costruzione della più importante base militare turca in Africa. Ma Erdogan è stato anche l’unico capo di governo a schierarsi da subito a favore del Qatar nella disputa tra le monarchie del Golfo, e anche lì la Turchia possiede una base militare fondamentale nella proiezione geopolitica turca nel mondo. Con le ultime mosse di espansione in Africa, di aiuto al Qatar e di accordi con l’Iran, la Turchia di Erdogan sta giocando un ruolo di primo piano in Medio Oriente, ma anche compiendo mosse molto poco gradite a Riad e Abu Dhabi. E la Somalia, in questo, è un anello di congiunzione importantissimo.