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Politica

Dopo Trump, la Cina ospita Putin

La rapida successione delle visite di Trump e Putin al Celeste Impero assume un sicuro significato simbolico, palesando la centralità ormai conseguita dalla Cina nell'arena geopolitica globale e lo scacco definitivo e irrevocabile dell'unilateralismo made in Usa.
Dopo Trump, la Cina ospita Putin

L’arrivo di Putin in Cina a pochi giorni dalla visita di Trump si presta a paragoni. E ciò che colpisce di più, al di là della diversa cordialità riservata agli ospiti, è che mentre la visita di Putin, pur nella doverosa solennità, si dipana sul filo di una normalità quasi burocratica, quella precedente, al di là dell’obbligata cortesia (che Trump declina, al solito, in rozzo cameratismo) trasudava affanno e nervosismo.

Ciò non deriva tanto dalla situazione internazionale, ché se Trump si è impantanato in Iran lo zar ha il suo pantano in Ucraina (anche se di diversa prospettiva). Piuttosto è la fotografia di due mondi affatto diversi e di una dinamica imperiale totalmente diversa.

Impossibile declinare in poche righe tale diversità. Stringendo all’osso si può ridurre al fatto che mentre la proiezione imperiale di Cina e Russia è basata sul realismo e sul pragmatismo – utile quest’ultimo a smussare le asperità nei rapporti tra Stati – quella dell’Imperium occidentale non riesce a sganciarsi dall’ideale ormai velleitario dell’unilateralismo, teso a modellare la realtà a suo piacimento tramite la Forza.

Inoltre, mentre da una parte si tenta di mettere al loro posto i pezzi dell’intricato puzzle del multilateralismo, dall’altra è l’affanno di modellare il mondo secondo gli esclusivi ideali e interessi dell’Imperium, che la reggenza Trump ha solo declinato in modalità più esplicita e rozza.

Così la banalità del vertice Putin – Xi, durante il quale i due leader hanno ribadito la prospettiva multipolare, incrementato la partnership strategica e consolidato il prossimo avvio del gasdotto Power Siberia 2 – che stringerà ancora di più il rapporto tra le due potenze e renderà la Cina meno dipendente dalle crisi del Golfo – stride come non mai con l’isterismo che promana dall’Impero americano e dalla sua propaggine mediorientale. Un isterismo brutale, psicotico, che ha travolto il mondo, devastandolo e lacerandone il tessuto connettivo.

Putin e Xi hanno parlato anche delle acute criticità del momento, né poteva essere diversamente. Ma sul tema, più che le parole dei due leader, alquanto scontate, sulla necessità di una soluzione diplomatica dei conflitti in corso, era importante cogliere i rumori di fondo. Infatti, in parallelo all’incontro tra i due presidenti, la Russia sta svolgendo esercitazioni dell’arsenale nucleare.

Un monito indiretto all’Occidente, per metterlo in guardia sia riguardo le spinte volte ad ampliare la portata della guerra ucraina, sia su un eventuale uso dell’atomica contro l’Iran, tema sottaciuto, ma implicitamente presente in alcune analisi di strateghi e ideologi israeliani e americani perché la Bomba eviterebbe i rischi connessi a un conflitto convenzionale. Pericolo, quest’ultimo, peraltro ancora incombente, come denotano le ossessive minacce di Trump e le puntute repliche di Teheran.

Al di là del particolare, pure importante, la rapida successione delle visite di Trump e Putin al Celeste Impero assume un sicuro significato simbolico, palesando la centralità ormai conseguita dalla Cina nell’arena geopolitica globale e lo scacco definitivo e irrevocabile dell’unilateralismo di cui sopra.

L’idea dell’Imperium globale a trazione Usa, che la sinistra liberal ha cercato di realizzare tramite globalizzazione (e brutalità soft) e la destra neocon con le guerre infinite (e brutalità hard), è ormai oltre l’orizzonte degli eventi.

Tanto che diversi analisti hanno prospettato l’idea di un G2 che favorisca il superamento dell’attuale fase di transizione caotica. Prospettiva ardua, ché l’Imperium occidentale, abbracciando l’unilateralismo, ha relegato nell’oblio il senso del limite e subordinato in via irrevocabile il mondo al suo autoproclamato eccezionalismo. Perché il G2 possa realizzarsi, l’America non deve quindi solo accettare la fine dell’unilateralismo, ma anche recedere dall’ideologia ad esso connessa.

Inoltre, è da vedere se tale G2 sia compatibile o possa armonizzarsi in qualche modo con la prospettiva multipolare che Pechino stessa continua a ribadire come prospettiva auspicata e che, con la sua ascesa, ha alimentato.

Al di là, resta di sicuro interesse che l’America abbia riconosciuto il nuovo status della Cina. Così il titolo di un articolo del Washington Post: “Tra sfarzo e politica, il vertice cinese realizza l’obiettivo di Xi: parità con gli Stati Uniti”. Così nel sottotitolo: “L’immagine di superpotenze di pari livello emersa durante la visita del presidente Donald Trump ha mostrato una dinamica che, secondo gli analisti, i cinesi auspicavano da tempo e a cui gli americani si erano opposti”.

In pageantry and politics, China summit yields Xi’s goal — equal footing with U.S.

Un “pari livello” tra le due superpotenze ribadito, nella stessa nota, da Julian Gewirtz, responsabile per la Cina nel Consiglio di sicurezza dell’amministrazione Biden, secondo il quale ormai “non si torna indietro”.

L’ascesa del Dragone era stata prevista già a metà degli anni ’90 e in alcuni ambiti, tra cui taluni a me familiari, si prospettava che nel 2025 avrebbe raggiunto uno status paritario rispetto agli Stati Uniti. La previsione si è avverata con cinque mesi di ritardo, un lasso di tempo irrisorio per la Storia.

Più che significativo, nel sottotitolo del Wp, quel cenno all’opposizione degli americani a tale dinamica. Un’opposizione che si era condensata nel chiuso del think tank Project for the New American Century, al quale fu affidato il compito di elaborare una strategia volta a presidiare l’egemonia globale conseguita nel post ’89 e rendere irrevocabile la “fine della storia” proclamata con enfasi attraverso il libro di Francis Fukuyama.

Le guerre infinite, la destabilizzazione permanente, le rivoluzioni colorate, i golpe, il Terrore disseminati dall’Imperium nell’orbe terraqueo in questi ultimi decenni avevano quest’unico scopo finale: evitare la parità della Cina. Non sono riusciti non solo a evitare, ma neanche a rallentare il processo…

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