Dopo Saddam e Gheddafi anche Maduro: l’eterno ritorno del copione americano

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Il 3 gennaio 2026 segna una data spartiacque per il Venezuela e, più in generale, per l’ordine politico dell’America Latina. Le forze statunitensi hanno condotto un’operazione militare diretta sul territorio venezuelano, culminata nella cattura del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, trasferiti a New York per rispondere di accuse di narcoterrorismo. Non un arresto simbolico, non una pressione diplomatica, ma un’azione di forza che ha prodotto un cambio di regime immediato, senza passaggi intermedi.

Il precedente storico come metodo

La dinamica richiama esplicitamente altri casi emblematici della storia recente. Saddam Hussein fu catturato nel 2003 dopo l’invasione dell’Iraq e giustiziato tre anni più tardi. Muammar Gheddafi venne ucciso nel 2011 nel caos libico seguito all’intervento occidentale. Tre contesti diversi, ma una struttura ricorrente: un leader designato come nemico, un intervento militare guidato o sostenuto dagli Stati Uniti, la rimozione fisica del vertice del potere e la promessa di una transizione che raramente mantiene le aspettative.

La giustificazione morale e giudiziaria

In tutti i casi, l’azione militare è stata accompagnata da accuse di particolare gravità. Armi di distruzione di massa e terrorismo per Saddam, repressione brutale e terrorismo internazionale per Gheddafi, narcotraffico e collasso umanitario per Maduro. Accuse che svolgono una funzione precisa: costruire un consenso internazionale minimo e fornire una cornice morale all’uso della forza. Che tali accuse siano fondate o strumentali diventa, col tempo, una questione secondaria rispetto all’effetto politico immediato.

Petrolio, sovranità e scontro strategico

Iraq, Libia e Venezuela condividono un elemento strutturale: il controllo statale di immense risorse petrolifere. La gestione dell’energia non è solo un fatto economico, ma una leva di sovranità. In tutti e tre i casi, i leader rovesciati avevano impostato politiche di nazionalizzazione o di forte autonomia rispetto ai mercati e alle compagnie occidentali. Il petrolio non spiega tutto, ma resta il sottofondo costante su cui si innestano le decisioni strategiche.

Il cambio di regime come dottrina non dichiarata

Maduro, come Saddam e Gheddafi prima di lui, era percepito a Washington come un avversario strutturale, non negoziabile. L’idea di un cambio di regime non è mai stata ufficializzata come dottrina, ma è stata praticata con coerenza ogni volta che un governo è stato giudicato incompatibile con gli interessi statunitensi nell’area. Il parallelo con il caso di Manuel Noriega non è casuale: cattura, trasferimento negli Stati Uniti, processo, e fine politica del leader.

Dopo il leader, il vuoto

La rimozione di Maduro apre ora una fase di profonda incertezza. L’esperienza irachena e quella libica insegnano che l’eliminazione del vertice non equivale alla stabilizzazione del Paese. Al contrario, spesso innesca frammentazione, lotte interne e perdita di controllo territoriale. L’annuncio di una gestione temporanea del Venezuela da parte degli Stati Uniti riattiva timori già visti altrove: uno Stato sospeso, privo di una reale sovranità, esposto a conflitti interni e pressioni esterne.

Un messaggio che va oltre Caracas

L’operazione contro Maduro non parla solo al Venezuela. È un messaggio indirizzato a tutta l’America Latina e, più in generale, ai Paesi che rivendicano un’autonomia strategica in contrasto con Washington. Il linguaggio è quello della forza, non della mediazione. Un linguaggio antico, che molti ritenevano superato, ma che ritorna ogni volta che l’equilibrio globale entra in una fase di instabilità.

Il Venezuela entra così in una nuova stagione, segnata non da una transizione concordata, ma da una cesura brutale. La storia recente suggerisce che il dopo sarà lungo, incerto e potenzialmente destabilizzante. E che, ancora una volta, la caduta di un uomo non coincide automaticamente con la rinascita di uno Stato.