Skip to content
Politica

Dopo quattro anni di guerra Putin fa i conti: per cominciare, più censura e più tasse

Pil in ribasso e deficit in aumento. Dopo quattro anni di guerra, il Cremlino fa i conti con le prime vere difficoltà economiche.
Russia

Due giorni fa Vladimir Putin, parlando agli sportivi, ha detto: “Raggiungeremo gli scopi che ci eravamo prefissi. Vinceremo la guerra, questo è chiaro a tutti. Lo sanno anche a Kiev, il loro problema è trovare un modo per formalizzare questa realtà”. Tre giorni fa, però, parlando in una riunione del Governo Misushkin, lo stesso Putin aveva suonato un’altra musica, chiedendo con severità conto del calo del Pil per il primo trimestre dell’anno in corso. Tra le due affermazioni non c’è contraddizione. Nel senso che il Cremlino non ha alcuna intenzione di desistere dallo sforzo bellico che, come si è capito, ha come obiettivo la conquista dell’intero Donbass; ma per la prima volta dal 24 febbraio del 2022, data d’inizio dell’invasione, deve fare i conti. In senso letterale, ragionieristico: capire dove e come reperire le risorse per tenere insieme gli opposti fenomeni di una riduzione degli incassi e di un aumento delle spese.

I dati parlano chiaro. Per esempio, quelli sulla crescita del Prodotto interno loro (PIL) come registrati dal Fondo monetario internazionale: + 5,9% nel 2021, – 1,4% nel 2022 (l’anno dell’invasione), + 4,1% nel 2023, + 4,3% nel 2024, + 0,6% nel 2025 e una previsione del + 1% nel 2026. O quelli che la TASS ha elaborato sulle notizie fornite dal ministero russo delle Finanze: tra gennaio e novembre del 2025 il gettito di gas e petrolio è diminuito del 21,4%. E gas e petrolio costituiscono tuttora il 63% delle esportazioni russe e coprono circa la metà del bilancio federale. Le autorità russe, peraltro, non si fanno troppe illusioni sull’attuale impennata dei prezzi dovuta alle conseguenze della crisi nello Stretto di Hormuz: per quanto il petrolio in questi giorni sia quotato oltre i 100 dollari a barile e gli Usa siano stati costretti ad allentare le sanzioni, il Governo basa le sue previsioni su un barile quotato intorno ai 60 dollari, segno evidente che la Russia stessa non ritiene di trarre benefici decisivi dall’attuale stato di guerra in Iran.

Sull’altro piatto della bilancia un sistema di sostegno sociale (che in questi anni, ovviamente, assolve anche a una fondamentale operazione di costruzione del consenso) che non smette di crescere e, quindi, di consumare risorse. Il salario minimo, per esempio, che a gennaio del 2022 era di 19,300 rubli, per il 2026 è stato portato a 27.100 rubli, pari a circa 330 euro. I sostegni alla maternità (che riflettono l’incubo demografico che assilla il Cremlino, con una popolazione che si riduce di anno in anno e un tasso di natalità fermo all’1,45 per donna), della cui efficacia molti esperti dubitano, si moltiplicano di anno in anno: dal cosiddetto “capitale materno”, che prevede un sussidio di 8.100 euro per il primo figlio e di 10.700 dal secondo in avanti (in un Paese dove il reddito medio annuale, secondo la Banca Mondiale, si aggira intorno ai 14 mila euro) ai benefit per le famiglie numerose, giù giù fino ai maggiori obblighi per le aziende quanto a congedi parentali, il conto si fa sempre più salato.

E poi, ovviamente, ci sono le spese per la guerra. Secondo le stime più diffuse, la Russia investe nel conflitto tra 550 milioni e 1 miliardi di dollari al giorno. Ma c’è chi ritiene che l’investimento reale sia molto più alto. Per esempio il Bundensnachrichtendienst (BND), il servizio segreto tedesco, che valuta intorno al 10% del bilancio federale la spesa reale, con questa progressione: 6% nel 2022, 6,7% nel 2023, 8,5% nel 2024 e, appunto, 10% nel 2025. Valutazione, questa, che va presa con le molle: i tedeschi cercano in ogni modo di enfatizzare la minaccia russa per giustificare, agli occhi dell’opinione pubblica interna, le enormi spese che hanno deciso di affrontare per incrementare in misura esponenziale il loro apparato militare, come ha ben raccontato Roberto Vivaldelli in queste pagine. E sempre per restare alla Germania, la ministra dell’Economia, Katrin Weidemann, ha appena annunciato una previsione di crescita economica per il 2026 dello 0,5%, ovvero la metà di quanto stima il fondo Monetario Internazionale per la Russia.

Non v’è dubbio, però, che il progetto (il sogno, piuttosto) putiniano di condurre una guerra costo zero (psicologico ed economico) per la popolazione sia del tutto svanito. Ed ecco allora i due fenomeni complementari. Da un lato, il tentativo finale, di cui abbiamo dato conto qui e qui, di mettere sotto controllo quei settori della comunicazione di massa e delle comunicazioni tra i cittadini che ancora sono sfuggiti all’omologazione generale. Dall’altro il coinvolgimento diretto della popolazione nella guerra non attraverso la mobilitazione alle armi (l’ipotesi è sempre stata respinta dalle autorità russe e resta in piedi il sistema dell’arruolamento volontario a contratto nell’esercito) ma con il semplice e sgraditissimo strumento della tassazione.

La novità più recente, che aspetta solo di essere tradotta in provvedimenti, è quella di una tassa una tantum sugli extraprofitti delle aziende che più stanno beneficiando degli effetti della crisi nel Golfo Persico: banche private, compagnie chimiche e minerarie, aziende del settore energetico. Il che fa seguito all’appello che Putin, stando a molte indiscrezioni, aveva lanciato ai grandi industriali russi, in un incontro a porte chiuse a margine del XXXV° Congresso degli industriali russi e con interlocutori ristretti e selezionati (gli oligarchi Alisher Usmanov, Vladimir Potanin, Andrej Kostin, il presidente del Consiglio di amministrazione di Gazprom Neft Andrej Dyukov, il ministro dello Sviluppo economico Maksim Reshetnikov e pochi altri), affinché offrissero donazioni volontarie per sostenere lo sforzo bellico. Industriali che hanno risposto all’appello, pur dovendo già trangugiare un aumento della tassazione corporate dal 20 al 25%.

Per i cittadini normali, invece, è già arrivato l’aumento dell’Iva dal 20 al 22% e l’applicazione di accise più ampie a categorie merceologiche che si stanno pian piano allargando: dagli alcolici e le sigarette alle sigarette elettroniche, tutta la gamma telefonini-tablet-computer fino ai servizi telefonici e digitali. Il tutto per mettere un freno all’aumento del passivo del bilancio statale, che per il 2025 è al 2,6% del Pil, il più alto da quando l’invasione è cominciata.

Questo non significa che la Russia stia correndo verso il baratro economico che molti politici e pseudo-esperti annunciano da anni come imminente. Vuol dire, però, che diventa sempre più complicato finanziare il budget per la Difesa e insieme tenere a bada lo scetticismo e il malcontento di una popolazione che, se resta sensibile agli appelli patriottici e alle ragioni della Russia, comunque non ama la guerra, come hanno dimostrato le successive ricerche del Levada Center: mai sotto il 50%, in questi quattro anni, la percentuale dei russi che dicevano di preferire il negoziato allo scontro militare.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.