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Il presidente iracheno Barham Salih ha ricevuto nella giornata di lunedì 19 agosto l’ambasciatore russo a Baghdad, Maksim Maksimov, per colloqui inerenti a “questioni politiche e di sicurezza” riguardanti la regione del Medio Oriente, ma oltre a discutere dei rapporti bilaterali tra i due Paesi e “la necessità di rafforzare le relazioni amichevoli e cooperative tra l’Iraq e la Russia in modo da servire gli interessi comuni” c’è stato spazio anche per una questione che potrebbe ribaltare le alleanze strategiche dell’area: il possibile acquisto dei sistemi missilistici da difesa aerea S-400.

Secondo quanto riportato da Agenzia Nova l’Iraq ritiene necessario schierare il sistema di difesa antimissili russo S-400, e a dirlo è proprio il generale Yahya Rasool, portavoce del comando iracheno delle operazioni congiunte.

I raid israeliani

Il generale Rasool ha affermato che “le forze di sicurezza prenderanno di mira tutti gli aerei che volano senza l’approvazione del comandante in capo e primo ministro Adel Abdul Mahdi“. Il riferimento, nemmeno troppo velato, è ai recenti raid di Israele in territorio iracheno che hanno avuto come obiettivo depositi di milizie sciite vicine all’Iran effettuati, a quanto sembra, coi nuovi cacciabombardieri stealth F-35I Adir.

Sempre Baghdad fa sapere che qualsiasi velivolo intercettato dai radar verrà trattato “come aviazione ostile” qualora non disponga di una precisa autorizzazione e che la decisione da parte di Abdul Mahdi di limitare la possibilità di volo agli aerei cui ha fornito esplicita approvazione “è entrata in vigore a partire dalla data di emissione” che corrisponde allo scorso 15 agosto.

Gli attacchi, i primi di Israele in territorio iracheno dal 1981, hanno dimostrato la volontà di Tel Aviv di alzare l’asticella del contrasto alla penetrazione iraniana in Medio Oriente violando lo spazio aereo di un Paese sulla carta non ostile.

Gli attacchi non sono mai stati ufficialmente condannati ed il silenzio iracheno è apparso un tacito consenso all’azione israeliana. La posizione di Baghdad infatti è apparsa subito più che ambigua: se da un lato il primo ministro Abdul-Mahdi ha garantito che l’Iraq non sarà usato come piattaforma per attaccare l’Iran, dall’altro l’ambasciatore iracheno a Washington, Fareed Yasseen, ha sostenuto, in modo alquanto sibillino, che “ci sono ragioni oggettive che richiedono una normalizzazione delle relazioni con Israele”.

Il provvedimento del governo del 15 agosto sembra, invece, essere un passo importante verso la riaffermazione della propria sovranità a costo di alienarsi l’amicizia di Israele e Stati Uniti – questi ultimi detengono infatti il controllo di un’importante porzione dello spazio aereo iracheno – ed i colloqui per il possibile acquisto dei sistemi S-400 sono un ulteriore passo in questo senso. Un passo che però potrebbe essere eterodiretto.

L’ombra dell’Iran

Secondo quanto riportano fonti del Baghdad Post le milizie sciite filorianiane stanziate in Iraq starebbero facendo pressione sul capo dello staff del primo ministro, Muhammad Ridha Al Hashimi (detto “Abu Jihad”) affinché il governo proceda nell’acquisto degli S-400.

Quest’eventuale decisione di Baghdad servirebbe a “disturbare” le relazioni tra Iraq e Stati Uniti specialmente nella “lotta al terrorismo” ma soprattutto, aggiungiamo noi, aprirebbe una frattura – forse insanabile – nel fronte del contrasto all’Iran portando un Paese, fino ad oggi alquanto neutrale o comunque non palesemente schierato, dalla parte di Teheran una volta che Washington si vedrebbe costretta ad elevare le sanzioni previste dal provvedimento Caatsa (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act) che impone sanzioni a chiunque sia in affari con la Russia (ma anche con Iran e Corea del Nord) con particolare attenzione alla vendita di armi di ogni tipo.

D’altro canto queste indiscrezioni giunte al quotidiano iracheno potrebbero anche essere una mossa prettamente di politica interna. Data la breve e travagliata storia democratica di quel Paese non stupirebbe che il tutto possa risolversi come una mossa dell’opposizione guidata dall’ex primo ministro Haider Al-Abadi, capo della coalizione Nasr e da Ammar Al-Hakim, capo della coalizione Al-Hikma fortemente filo iraniana, per cercare di mettere all’angolo Abdul-Mahdi sfruttando un momento in cui le tensioni nell’area del Golfo sono altissime.

Del resto non è da escludere che la decisione del 15 agosto di colpire qualsiasi velivolo non autorizzato sia stata presa proprio per calmare l’opposizione interna ed in particolare le frange più filo-iraniane ma che, di fatto, resti solo sulla carta anche in considerazione del fatto che il dispositivo antiaereo iracheno è praticamente inesistente fatto salvo per la porzione “amministrata” dagli Stati Uniti.

L’esito della trattativa per l’acquisto degli S-400 sarà la cartina tornasole dei rapporti di forza all’interno del governo iracheno e, in caso di esito positivo, fornirà l’indicazione che gli equilibri nell’area del Golfo sono cambiati nonostante la massiccia presenza delle forze armate statunitensi: se Baghdad perseguirà in questa strada significa che l’Iran rappresenta per l’Iraq più di un mero “vicino di casa” con cui si condividono solo risorse energetiche, commercio e religione, bensì un partner d’importanza “regionale” che è in grado di influire sugli assetti strategici di un’area che va oltre il Golfo Persico.

 

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