Accordandosi con al-Fatah, gruppo maggioritario in Cisgiordania, la fazione dominante nella Striscia di Gaza, Hamas, con la pacificazione mediata dalla Cina a Pechino ha fatto ciò che da tempo i sostenitori della causa palestinese attendevano, chiudendo una divisione quasi ventennale tra ala moderata e fazioni più radicali non incluse nel perimetro dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp).
La Cina incassa un successo diplomatico mettendo a un tavolo tutte le quattordici fazioni che sostengono la causa palestinese, e questo rappresenta anche un successo per un’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) da anni schiacciata tra diverse tendenze. Da un lato, un governo di Israele teso a accrescere gli insediamenti in Cisgiordania, erodendone la base territoriale; dall’altro, una Gaza totalmente inaccessibile, di fatto, alla Palestina legalmente riconosciuta come osservatore all’Onu per il predominio di Hamas nella sua polimorfa versione di partito politico, gruppo militare, organizzazione jihadista e fornitore di welfare alla popolazione.
Hamas, negli anni, poco o nulla ha fatto per aumentare la legittimità dell’Anp su scala internazionale, complice anche una strategia dell’ultradestra israeliana che l’ha sdoganato come interlocutore di fatto per la Striscia in nome del divide et impera contro i palestinesi. Questo ha alimentato la narrativa dell’equiparazione tra palestinesi e Hamas che dopo i tragici fatti del 7 ottobre 2023 e il massacro in Israele di oltre 1.200 persone sono stati presi a giustificazione da Tel Aviv per la massiccia campagna di bombardamenti indiscriminati sulla Striscia.
La guerra ha però riportato all’attenzione mondiale la causa della sovranità palestinese e del riconoscimento internazionale della soggettività dello Stato mediorientale. Su cui è piovuta la legittimazione di Stati europei come Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia in risposta all’escalation militare di Israele a Gaza. L’Anp oggi governata dal premier tecnico Mohammad Mustafa si è vista quindi una finestra politica inattesa di fronte. Ovvero quella di ravvivare la legittimità data all’Olp e all’Anp, organizzazioni dominate da Fatah, nei confronti, al contempo, di Israele e…di Hamas. Organizzazione che ha visto molti suoi leader uccisi, come il generale Mohammed Deif, dai raid israeliani, il suo capo Yahya Sinwar inseguito come criminale di guerra dal Tribunale Penale Internazionale assieme a Benjamin Netanyahu e le cancellerie globali sempre più chiuse e restie a dare una sponda alla soggettività geopolitica dell’ala militante di Hamas che ha fatto poco o nulla per considerare il popolo di Gaza più di uno scudo umano.
Hamas, insomma, non ha scuse. L’accordo mediato dalla Cina, ha ricordato il ministro degli Esteri Wang Yi, stabilisce che solo il duo Olp-Anp può rappresentare il popolo palestinese su scala internazionale a livello di rappresentanza politica (Olp) e soggettività statuale (Anp). E dunque impone a Hamas di subordinare la sua causa a quella delle autorità internazionalmente riconosciute. Paradossalmente, l’opposto di ciò che hanno sempre voluto i governi del Likud di Netanyahu, che hanno alimentato consapevolmente la crescita del fenomeno Hamas ai confini per delegittimare la causa palestinese. Sulla quale Hamas è oggi a un bivio: sostiene più la libertà e la legittimità internazionale della causa che fu di Yasser Arafat o la sua rendita di posizione a Gaza? Sarà disposta, in un futuro, ad aprire a concessioni di potere nell’area che controlla di fatto quando la guerra sarà finita?
Paesi come la Cina, che vogliono una road map negoziale per la fine del conflitto a Gaza, sanno che unificare il campo palestinese è una premessa fondamentale. E che serve chiarezza per ricordare chi può e deve negoziare a nome di un popolo oggi assediato. E quel qualcuno, difficilmente, al di fuori della stretta dialettica sul conflitto guerreggiato potrà essere Hamas. Specie alla luce della pesante eredità del 7 ottobre e del mutato clima politico attorno al governo di Ramallah che, giocoforza, alla fine l’organizzazione di Sinwar ha dovuto accettare. Dalla tenuta dell’accordo si capirà quanto, in fin dei conti, Hamas tenga alla causa palestinese al di là del proprio tornaconto politico a Gaza.

