Dopo la cacciata di Gallant è Netanyahu contro tutti, anche in Israele

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I poteri israeliani picchiano duro su Benjamin Netanyahu dopo il sorprendente siluramento del ministro della Difesa Yoav Gallant, avvenuto ieri. La mossa ha sancito l’escalation dei falchi di Tel Aviv per controllare l’esecutivo, di cui il 65enne generale era una delle figure meno allineate al vento di nazionalismo esasperato e furor bellico che si respirava all’interno dell’ultradestra alleata del Likud.

Grande è la confusione sotto il cielo d’Israele, e la situazione non è eccellente. Anche prescindendo dai complessi scenari bellici, nelle ultime settimane sono emerse il caso-Gallant, l’apertura di indagini su Netanyahu sul tema della possibile falsificazione dei verbali del gabinetto di guerra attivo dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 al giugno scorso, le voci di fughe di notizia dallo Shin Bet, l’intelligence interna, e un’aspra lotta di potere che si è sostanziata con la sostituzione del titolare della Difesa col falco Israel Katz.

Gallant non sosteneva l’idea di un potere di Netanyahu senza freni: come riporta The Cradle, a gennaio ““durante una riunione di gabinetto, ministri sionisti nazionalisti e di estrema destra hanno criticato la decisione del capo di stato maggiore dell’esercito Herzi Halevi di indagare sui fallimenti operativi e di intelligence che hanno portato all’operazione  del 7 ottobre, sostenendo che la formazione di una commissione d’inchiesta durante la guerra in corso a Gaza danneggia l’esercito e il morale dei soldati”. Gallant, nume tutelare della scelta di Halevi, con cui sedeva nel disciolto gabinetto di guerra, intendeva significativamente conferire l’incarico a  Shaul Mofaz, che nel 2005 gestì il ritiro dei coloni israeliani da Gaza. Un messaggio di trasparenza negato dal primo ministro. Con cui le tensioni erano alte.

Nel frattempo, tra un ufficio del primo ministro sotto assedio politico per la crisi della guerra a Gaza e in Libano e giudiziario per le inchieste su possibili fughe di notizie, Netanyahu avrebbe pensato di sbarazzarsi anche di Halevi e Ronen Bar, direttore dello Shin Bet, per sostituirli con funzionari fedeli. La manovra sarebbe fallita per l’opposizione degli apparati, mentre le forze conservatrici e moderate che non siedono nel governo stanno alzando l’asticella delle critiche a Netanyahu.

L’ex premier Yair Lapid ha definito il licenziamento di Gallant un segno dell’incapacità militare e strategica del premier. E la volontà di aprire questo dossier mentre oltre Atlantico gli Usa votavano sembra lasciar presuppore il tentativo di mettere tutto a posto, e rimuovere con Gallant una figura scomoda, mentre l’alleato poteva apparire turbato. Gallant è stato a lungo tratto d’unione e figura realista del potere di Tel Aviv. Senza di lui chiunque voglia porre un freno alla guerra a Gaza perde un interlocutore. Si può ascrivere a questo partito anche il neo-eletto Donald Trump? Alla luce del discorso di festeggiamento della vittoria, in cui The Donald ha detto di voler porre fine “a tutte le guerre”, probabilmente sì. Dai fatti lo giudicheremo: ma certamente, con la cacciata Gallant l’obiettivo di dare un limite a Israele è di più difficile soddisfazione. Con tutte le ovvie conseguenze del caso.