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Politica

Biden si ritira e Trump gongola. Ma la partita non è ancora finita

Dopo il ritiro di Biden Trump gongola. Ma la partita non è ancora decisa. Vediamo perché The Donald deve tenere alta la guardia.

Donald Trump ha commentato in tempo reale il ritiro di Joe Biden dalla corsa alla difesa della Casa Bianca sfoderando, come suo solito, i guantoni contro il Partito Democratico: Trump ha scritto su Truth che Biden “non era idoneo a candidarsi alla presidenza e certamente non è idoneo a servire – E non lo è mai stato!”. Aggiungendo poi un primo guanto di sfida all’endorsement dato dal presidente alla sua vice, Kamala Harris, chiamata a proseguire la corsa alla Casa Bianca: “Harris è più facile da battere”.

Per Trump inizia un decisivo trimestre che potrebbe portarlo al ritorno alla Casa Bianca. La situazione di partenza è stata riassunta da molti suoi alleati e sostenitori in dichiarazioni riassumibili in un concetto: il Partito Repubblicano formato Trump Old Party/Maga (Make America Great Again) non si è candidato contro un uomo, Biden, ma contro un sistema.

Al contrario, i democratici avrebbero condotto una campagna elettorale ad personam sperando che un intervento esterno, dalle primarie conservatrici ai processi, eradicasse The Donald dalla corsa. Così non è stato. Questa chiave di lettura, sostanzialmente, ha un fondo di verità se si pensa a come i democratici abbiano pensato più a demolire l’agenda-Trump che a difendere e implementare quella di Biden. Su cui, spesso, il presidente nell’ultimo anno è parso una vox clamantis in deserto con un’idea di America che, nella fragilità, portava avanti spesso contro i maggiorenti del suo stesso partito, su progetti come l’Inflation Reduction Act e il piano Build Back Better o sulla volontà, rare volte condivisa dall’amministrazione, di cercare una difficile posizione mediata sulla guerra a Gaza.

Sopravvissuto politicamente a ogni tentativo di abbattimento, Trump si considera sostanzialmente inaffondabile e, addirittura, protetto da una mano divina dopo l’attentato di Butler di sabato scorso a cui è scampato per un soffio e in cui molti in America vedono assonanze con l’attentato a Papa Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981. Ha blindato con un candidato del suo campo, JD Vance, la vicepresidenza e ora parte avvantaggiato contro Harris nei primi sondaggi di opinione bilaterali.

Trump, ad ora, vincerebbe Pennsylvania, Nevada e Michigan nella corsa agli Stati chiave e si giocherebbe la vittoria in Winsconsin, e con la candidatura di Vance a vice vuole indirizzare i suoi sforzi elettorali verso quell’America delusa, post-industriale, desiderosa di rinascere. Un’America che Biden, vecchia volpe della politica a stelle e strisce, aveva riconquistato a The Donald nel voto del 2020 portando quei temi sfuggiti a Hillary Clinton nel 2016: industria, prospettive d’investimento, sviluppo. I grandi progetti di investimento in parte attuati hanno visto le periferie come prime beneficiarie, ma resta enorme lo iato identitario e ideologico con quell’America costiera che la californiana Harris rappresenta molto più di Biden.

Dunque, nell’asprezza della competizione, in quel “Harris è più facile da battere di Biden” non si può non riconoscere un pur velato formato di apprezzamento, umano se non politico, di Trump per Biden, avversario a cui sostanzialmente riconosce di saper parlare alla stessa gente che lui vuole corteggiare. Come non ammetterà mai ma sa bene, visto che Biden nel 2020 è diventato grazie alla Rust Belt il presidente col maggior numero di voti assoluti in un’elezione. Ebbene, da questo tipo di mondo Harris è lontana anni luce. E, paradossalmente, difficilmente i dem potrebbero tirare fuori dal cilindro un candidato capace di affrontare in cento giorni una corsa tanto in salita.

Trump gongola: il Partito Democratico che ha sperato venisse asfaltato da scandali e nemici interni al campo repubblicano è ora nel caos. Ma sarebbe un errore considerare la strada in discesa da qui a novembre. Andrà capito l’atteggiamento di un Biden con mani libere di promuovere la sua agenda politica, al netto delle personali energie, non avendo vincolo di rielezione e soprattutto il rischio dell’esistenza di uno scontro istituzionale che può alienare fette di voto moderato a The Donald.

Mike Johnson, speaker della Camera, ha iniziato chiedendo a gran voce le dimissioni di Biden, cosa non fatta nemmeno da Trump, e proprio su questo fronte ora The Donald dovrà saper tenere a bada l’entusiasmo dei suoi. Il consenso di Trump è arrivato anche attaccando i democratici su inflazione, salari stagnanti, consumi a terra nelle periferie, sviluppo infrastrutturale. Sarebbe, per Trump, un errore cambiare strategia al cambio di cavallo degli avversari. Insomma, Trump può giocarsela al meglio se capirà che la miglior campagna elettorale del suo partito è quella che deve portarlo a fare ciò che si è fatto finora. A prescindere dal nome dell’avversario. Su questo, i conservatori non hanno il problema di aver ridotto alla guerra a un solo uomo la gara. Perché iniziare ora?

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