Donald Trump: narcisismo e geopolitica

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La crisi esplosa tra l’amministrazione Trump e la NATO per effetto dell’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran non può essere letta solo come un incidente diplomatico, bensì come il riflesso di una linea politica, maturata dopo il ritorno del tycoon alla Casa Bianca, frutto anche (ma non solo) di una personalità molto particolare, che diversi analisti (e non solo di geopolitica) propendono a classificare come affetta da un forte narcisismo, come tale impermeabile al dubbio e al confronto – figuriamoci a una cooperazione tra pari – che diviene a sua volta la lente attraverso la quale vengono elaborate e attuate decisioni impattanti sulla politica internazionale.

Qui non si tratta tanto di interrogarsi sulla veridicità o meno di una serie di notizie circolate, come ad esempio la furia di Trump per il rifiuto europeo di intervenire nel Golfo – forse una delle poche scelte sagge compiute ultimamente alle nostre latitudini – o riguardo lo scenario di un’uscita degli USA dalla NATO, quasi un paradosso se consideriamo la storia e la natura dell’Alleanza, nella quale Washington riveste un ruolo paragonabile all’azionista di maggioranza (assoluta e qualificata), senza tirare in ballo le difficoltà costituzionali – il vaglio del Congresso in primis, prima e dopo le elezioni di mid-term – che creerebbero più di un ostacolo, per non dire che renderebbero impossibile una simile prospettiva.

Non sono mancati analisti europei che, dopo aver sottolineato la mancanza di strategia nell’azione contro Teheran – non si può dire che gli sviluppi non abbiano dato loro ragione – hanno insistito sulla personalità impulsiva del presidente statunitense (magari trascurando le pressioni di Netanyahu) circa una campagna militare rivelatasi oggettivamente inefficace, per non dire fallimentare sotto molti profili.

Il vero problema si palesa nel momento in cui l’impianto decisionale si uniforma non soltanto alla “coscienza morale” del capo della Casa Bianca, quanto al principio di decisioni giuste in quanto tali, col rischio concreto, per chiunque le metta in discussione – forse persone che tengono più all’onorabilità, che alla propria carriera – di saltare la porta di Pennsylvania Avenue. Un approccio fondato sull’assunto, ovviamente dal punto di vista di Trump, che gli altri attori – nazionali o internazionali – debbano comportarsi come mere estensioni di una volontà di per sé stessa indiscutibile, tanto che ogni deviazione possa essere letta come affronto, per non dire tradimento, sul piano personale, prima ancora che politico.

Per una personalità di questo tipo, è evidente che un atto di slealtà nei riguardi del portatore del dogma dell’infallibilità – singolare il paragone con quello papale, alla luce dei noti dissidi con Leone XIV – possa essere ripagato solo con sfuriate, minacce e ritorsioni, accompagnate dalla delegittimazione dei “traditori” (ne sanno qualcosa anche alle nostre latitudini).

Imprevedibilità o incoerenza?

Un corollario di questo quadro è che molte delle dichiarazioni o motivazioni ufficiali all’origine di certe decisioni – vedi la minaccia del nucleare iraniano, che prosegue incessantemente da oltre trent’anni, o la difesa dei presunti valori occidentali, messi da parte quando interessi “superiori” vanno in altre direzioni – perdano ogni attendibilità, e non soltanto agli occhi degli analisti più esperti. Se lo stesso European Council on Foreign Relations, ha parlato di una postura riguardo all’Iran caratterizzata da imprevedibilità, escalation impulsiva e assenza di un endgame chiaro ci sarà una ragione, che probabilmente va ben al di là di un’opposizione preconcetta al “nuovo” corso trumpiano.

O come scrive Chatham House, stando alla quale nel corso del suo secondo (e presumibilmente ultimo) mandato Trump si sarebbe rivelato assai meno attento e sensibile ai costi politici interni, col rischio di far deflagrare un conflitto regionale su larga scala, e forse non solo quello.

Trump ci ha abituato a oscillazioni e contraddizioni di ogni genere. Quella che viene tacciata come l’imprevedibilità del leader statunitense, tra annunci di negoziati imminenti, smentite, inversioni di rotta, non può (e non dovrebbe) essere liquidato come esercizio d’incoerenza. Se al contrario ragioniamo, sempre dal suo punto di vista, come la volontà di preservare l’immagine di un leader vincente, che fa e dice sempre la cosa giusta – che questo non sia vero non ci deve interessare in questo momento – tutto torna. I fatti smentiscono la precedente narrazione? Allora è questa ultima a dover essere riscritta, ma di sicuro non si è trattato di un errore. Un alleato gli da ragione? È un amico, viceversa nel caso opposto.

Il vero problema non è quello che crede Trump, e coloro che per convinzione o per opportunismo incensano il suo ego, quanto le conseguenze della sua condotta, per gli Stati Uniti, e per il mondo intero. E lo stesso discorso potrebbe farsi per tutti quelli che possono trarre profitti o vantaggi da alcuni tratti della sua personalità.

Se una crisi della NATO viene letta da qualcuno come un’opportunità per una difesa europea autonoma – contro chi o contro cosa è un altro discorso, specie qualora venisse meno chi ci ha sempre “indicato” il nemico di turno – resterebbero molte problematiche di non poco conto da risolvere. E ammesso e non concesso che una simile prospettiva di concretizzasse, rimarrebbero aperti molti e importanti dossier – la gestione dello Stretto di Hormuz e dei flussi energetici globali – che non possono, e non debbono, divenire ostaggio delle scelte umorali o autoconvalidanti di una sola persona (o dei suoi interessi egoistici).

Il quadro che emerge disegna un mondo instabile, dove a farla da padrone (o a tentare di farlo) non è un giocatore di poker (lasciamo stare gli scacchi, per l’amor di dio!), ma una personalità che investe molte risorse (non sempre sue) in scenari di crisi che sembrano avere una sola finalità: confermare la propria centralità e le sue ragioni. Il tutto senza escludere, lo dicevamo anche prima, che a qualcuno possano fare “comodo” questi profili, tanto da arrivare a fomentarli (o manipolarli). Adottando un simile paradigma Trump non solo sarebbe assai più prevedibile di quanto non si pensi, ma ci vorrebbe assai poco per individuare le prossime mosse. L’esatto contrario dell’abile pokerista.

Ci sia consentito di chiudere con un aneddoto che si racconta su Benito Mussolini, che a colloquio con un diplomatico tornato da una conferenza internazionale sui gas venefici, alla domanda del dittatore su quale fosse quello più letale, si sentì rispondere: “L’incenso, Eccellenza”. Anche se questa conversazione non ci fosse mai stata, quanta verità in quelle parole!