Abraham Lincoln nel 1865. James Garfield nel 1881. William McKinley nel 1901. Harry Truman nel 1950. John Fitzgerald Kennedy nel 1963. Ronald Reagan nel 1981. Senza contare i tentativi di uccidere Theodor Roosevelt (già ex presidente) nel 1912, e Franklin Delano Roosevelt nel 1933, quando stava per assumere la presidenza. C’è una scia di sangue nello scorrere delle presidenze Usa e in questa scia si inserisce ora anche l’attentato contro Donald Trump, un tentativo di assassinio, diciamo così, preventivo compiuto da un ragazzo durante un comizio in Pennsylvania. Due morti: l’attentatore e uno spettatore. Trump è stato solo ferito.
Una certa parte della stampa si è precipitata ad accusare lo stesso Trump, colpevole di aver creato un clima di violenza con il rifiuto dell’esito delle elezioni del 2020 e l’atteggiamento almeno ambiguo, se non di aperto sostegno, all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Ma accusare Trump in una società come quella americana, che conta quasi 40 mila morti violente l’anno e che negli ultimi quattro anni ha sempre registrato più di 600 sparatorie di massa l’anno (quelle in cui muoiono almeno 4 persone, dati Gun Violence Archive) vuol dire semplicemente confondere la causa con l’effetto. La società americana è una società violenta. Punto. E, al contrario di quanto dice ora Barack Obama commentando l’attentato a Trump, lo è anche in politica. Come potrebbe esserlo in tutto tranne che in politica, del resto?
Senza andare a censire i casi estremi, basterebbe ricordare come sono state trattate le proteste pro-Gaza degli studenti per capirlo. O recuperare le dichiarazioni di molti deputati e senatori sui palestinesi e sulla Russia, le loro minacce ai giudici della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, per fare solo qualche esempio. E in ogni caso è a Trump che hanno sparato, non a Biden.
Trump è figlio di quella società in questo tempo. E come abbiamo visto, è un figlio molto amato. Pochi ricordano che nelle elezioni presidenziali del 2020, pur sconfitto, riuscì ad aumentare, e non di poco, i suoi voti. E che Biden, per batterlo, dovette ottenere il record storico delle preferenze. Da otto anni la campagna del Partito democratico contro Trump batte su un solo tasto: il pericolo per la democrazia. D’altra parte quando Trump fu sconfitto, quattro anni fa, l’economia Usa girava a mille e molti dei provvedimenti trumpiani (per esempio la guerra dei dazi con la Cina) sono stati assunti pari pari dall’amministrazione Biden. Certo, Trump fu un disastro nella gestione del Covid, ma questo non poteva bastare.
Cominciò proprio Obama, il vero leader del Partito democratico, addirittura prima che Trump fosse eletto, a sostenere che fosse Vladimir Putin ad aiutarlo con gli hacker, accusa poi larghissimamente ridimensionata dai fatti. E si è andati avanti così per otto anni, fino alle accuse del procuratore Alvin Bragg per il caso Stormy Daniels, a cui si è riferito anche Biden durante il primo dei dibattiti presidenziali. Bragg è riuscito a ottenere la condanna di Trump per un’elusione fiscale di 300 mila dollari, gli stessi che Trump aveva fatto versare alla pornostar, occultandoli poi come spese di campagna elettorale. Ovvero per un’infrazione che di solito viene emendata con una multa. E ha parlato di 34 capi d’accusa (cosa poi docilmente ripetuta da tutti i media) ben sapendo che si trattava di un’infrazione sola, con 34 passaggi di documenti per nasconderla.
Trump non è un santo, tutt’altro. Ma la violenza politica negli Usa ha molti strumenti per manifestarsi. All’interno di un sistema in cui un procuratore liberal, nel distretto liberal di una città che da sempre vota democratico come New York può ottenere una farsesca condanna penale per un’evasione fiscale. Mentre la Corte Suprema, a maggioranza repubblicana, può concedere poco dopo allo stesso Trump l’immunità parziale. Di modo che, se tornasse a essere presidente, Trump potrebbe concedersi il perdono.
Se per otto anni ripeti che una certa persona è un pericolo per la democrazia, di fatto fuggendo dal terreno della politica per addentrarti in quello della suggestione, non puoi stupirti se spunta un ragazzo che punta il fucile. E non puoi non prenderti almeno parte della responsabilità morale. È la stessa cosa che abbiamo detto quando Trump incitò i dimostranti a raggiungere il Campidoglio, nel gennaio del 2021. Non possiamo non ripeterla adesso.
Fulvio Scaglione