Quello che sta avvenendo in Bosnia non è da sottovalutare a livello internazionale. Mirolad Dodik, neo presidente dell’entità serba del Paese balcanico, è infatti un fenomeno che va analizzato nel profondo. Non è solo un prodotto del sistema-Bosnia, ma anche il punto di congiunzione di due mondi: la Russia di Vladimir Putin e gli Stati Uniti di Donald Trump.
Due mondi diversi, che rappresentano sistemi in netta contrapposizione fra loro (specialmente nei Balcani) e che si uniscono con un solo obiettivo: l’Unione europea. Un obiettivo che, messo insieme alla volontà di aumentare il ruolo delle rispettive superpotenze nei Balcani, rende chiaro come dietro questa vittoria ci sia molto di più di un semplice trionfo elettorale. Siamo di fronte a un nuovo equilibrio fra potenze.
Dodik è un personaggio curioso. Inizia la sua carriera politica come “moderato”, tanto da ricevere la benedizione dell’Unione europea. Come ricorda Il Foglio, Madeleine Albright lo aveva definito addirittura “una boccata di aria fresca”. Cosa ben diversa dalle accuse rivolte in seguito da buona parte dell’establishment Usa ed europeo, e dalla deriva interpretata dallo stesso Dodik, che ha iniziato una lunga campagna politica attaccando l’esistenza stessa della Bosnia e degli accordi di Dayton ed ergendosi a simbolo della lotta per la secessione della parte serba del Paese.
Cambiato lui, sono cambiate però anche le istanze politiche mondiali. Dodik non è un fenomeno isolato, ma è parte di un sistema internazionale assolutamente in linea con le sue aspirazioni. E che adesso, potrebbe diventare il simbolo di una curiosa (ma non imprevedibile) convergenza fra Cremlino e Casa Bianca.
Perché se il neo-presidente è stato identificato immediatamente come filo-russo, legato a Putin e, anche per questo, foriero della secessione della Repubblica Srpska, non va dimenticato che il leader dei serbi di Bosnia ha un altro alleato nel mondo, proprio negli Stati Uniti: Steve Bannon.
Il guru della campagna elettorale di Donald Trump, campione dell’alt-right e primo supporter dei movimenti di stampo sovranista e in genere “populisti”, ha tra i suoi contatti anche il leader bosniaco. Ne ha studiato le mosse, lo ha probabilmente consigliato e sostenuto. E questa estate c’è stato un incontro a Washington particolarmente importante.
L’ex stratega del presidente Trump, che adesso ha assunto il ruolo di guida della cosiddetta “internazionale populista” in Europa, ha ospitato a fine luglio il primo ministro dell’entità serba di Bosnia nella sua casa di Washington. Come spiegato da BalkanInsight, il meeting fra Bannon e Zeljka Cvijanovic si è incentrato in particolare sulla possibilità di rafforzare il legame fra Stati Uniti e Repubblica Srpska. E dall’incontro è nata anche l’ipotesi dell’inserimento di questa entità serbo-bosniaca nel grande contenitore di “The Movement”.
Alleato di Cvijanovic, Dodik ha intrapreso questa ascesa tra i nazionalisti serbi di Bosnia anche intessendo dei contatti con i membri della destra francese di Marine Le Pen e con il FPÖ di Heinz Christian Strache. Una sinergia interessante che dimostra come il neo-presidente fosse già in qualche modo inserito all’interno della piattaforma sostenuta e teorizzata Oltreoceano da Bannon. Il guru disse poi che l’incontro era nato per rinforzare il suo “Movimento” nato in contrapposizione da George Soros, personaggio che attira da sempre l’ira di buona parte dell’elettorato nazionalista europeo e in particolare dell’Europa orientale.
Il problema però è che Bannon non è il solo uomo ad avere legami con Dodik. E l’amministrazione americana non è l’unica ad avere un forte interesse a Sarajevo e nelle altre parti della Bosnia. C’è anche la Russia. Ed è interessante che il filo-russo Dodik, pienamente in linea con il Cremlino, che ha incontrato lo stesso Putin in Russia, sia sostenuto contemporaneamente dai due poli del mondo: Mosca e Washington.
Un caso? Assolutamente no. Se infatti il deep-State americano contesta l’ipotesi di una convergenza con la Russia, a tal punto che il Pentagono e la maggior parte della politica neo-con statunitense approva una linea dura nei confronti del Cremlino, l’attuale amministrazione Usa ha da sempre un approccio morbido nei confronti di Putin. Non perché alleati in toto né perché ideologicamente uniti: ma per interessi comuni. E uno di questo è l’Europa, che entrambi vogliono prendersi sfidando Bruxelles e la struttura europea a trazione franco-tedesca.
Se questo è l’interesse in comune, è chiaro che Dodik aiuta. Come leader di un fronte tendenzialmente anti-europeista, per Trump è una benedizione, visto che può togliere un ulteriore tassello al mosaico europeista all’interno dei Balcani. Ma se lo è per Trump, lo è anche per Putin, visto che il leader russo troverebbe un nuovo amico nella regione balcanica dopo aver subito, per molti anni, un contenimento della propria influenza a vantaggio delle forze occidentali. Dopo il fallimento del referendum in Macedonia, per Mosca una nuova boccata d’ossigeno in Europa orientale.
Tutti contenti? No. Se infatti Dodik aiuta sia Putin che Trump, gli sconfitti, dall’altro lato della barricata, sono molti. In primis l’Unione europea, che teme che, come un domino, cadano tutte le tessere del proprio sistema (fragilissimo) costruito in Europa orientale. Ma anche per i singoli Paesi membri dell’Ue che hanno un obiettivo di aumento dell’influenza nella regione, la possibilità che le altre superpotenze aumentino la propria influenza è un problema. E con l’ipotesi, paventata dal neo-eletto leader della Repubblica Srpska, di un referendum secessionista, i Balcani potrebbero tornare a essere di nuovo la breccia d’Europa. Come scritto su questa testata, la regione sembra dover essere ancora il vero grande nodo da sciogliere del futuro europeo