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La questione coreana dimostra inevitabilmente il fallimento della diplomazia americana e della strategia di Washington nei riguardi della Corea del Nord. Gli Stati Uniti hanno sempre avuto come obiettivo quello di riuscire a neutralizzare il pericolo nucleare nordcoreano, sforzandosi per giungere a un accordo che prevedesse la denuclearizzazione e la certezza che Pyongyang non accedesse alle tecnologie utili alla creazione di un proprio arsenale atomico. Dopo decenni, la situazione dimostra l’esatto opposto: gli Stati Uniti non solo si ritrovano  a doversi confrontare con una minaccia ben più realistica, ma rischiano anche di essersi introdotti in un vicolo cieco per cui, per uscirne, o fanno scoppiare una guerra contro la Corea del Nord oppure riconoscono, formalmente o informalmente, quest’ultima come potenza nucleare.

Il fallimento della strategia statunitense sembra ormai certo. E per strategia non s’intende quella del presidente Trump, ma di tutta la diplomazia americana degli ultimi 25 anni. E la conferma viene fornita da una dozzina di documenti desecretati nelle ultime settimane, in cui fa impressione constatare che, cambiati i nomi e passati gli anni, le opzioni delle amministrazioni americane siano praticamente le stesse senza che sia cambiata la sostanza della crisi. I documenti fanno riferimento in particolare agli anni 1991 e 1992, in piena amministrazione Bush. I punti di discussione, le proposte politiche e i memo che circolavano, mostrano posizioni praticamente identiche alla posizione dell’amministrazione Trump di oggi. In effetti, come conferma Daniel DePetris per The National Interest, “se si dovessero sostituire i nomi di funzionari nordcoreani, sudcoreani e americani trovati nei documenti con i funzionari che ora gestiscono le cose, si troverebbero ben poche differenze”.

Allora, come adesso, la politica ufficiale degli Stati Uniti sulla Corea del Nord è stata la denuclearizzazione completa e verificata della penisola coreana. Una politica che si confronta inevitabilmente con l’assoluta impossibilità del regime nordcoreano di convertire la propria politica sull’energia nucleare e sul suo utilizzo militare, dal momento che, come tutti sappiamo, il governo di Pyongyang fonda la propria sopravvivenza sulla deterrenza nucleare. Eppure, nonostante questa certezza acclarata, nessuno a Washington ha cambiato effettivamente strategia per cercare di neutralizzare il pericolo Pyongyang. Prova ne è che se si leggono le note del Dipartimento di Stato del 1992 e le si confronta con quelle contemporanee, praticamente sembra che siano passati 25 giorni, non 25 anni.  “Le armi nucleari nelle mani della Corea del Nord sono intollerabili”, si legge in una nota del Dipartimento di Stato del 12 marzo 1992. Passano 25 anni, cambia il mondo, ed ecco le dichiarazioni del segretario alla Difesa Jim Mattis: “Non riesco a immaginare una condizione in base alla quale gli Stati Uniti accetterebbero la Corea del Nord come potenza nucleare”. In un altro documento, questa volta del Pentagono, si legge invece della necessità di uno sforzo congiunto di Corea del Sud e Stati Uniti per aumentare le pressioni internazionali sulla Corea del Nord, con un misto di sanzioni economiche e isolamento diplomatico, per piegare Pyongyang a concludere un accordo sulla denuclearizzazione. Ulteriore prova che, passati due decenni e mezzo, la politica americana non è riuscita a costruire un’alternativa a una politica che, evidentemente, dopo 25 anni, si può considerare fallita.

Il fallimento è palese, poiché, se nel 1991 si chiedeva alla Corea del Nord di fermare la ricerca sull’arricchimento del plutonio e di interrompere le attività per lo studio sull’arma atomica, oggi quello che si chiede è di fermare i test nucleari e balistici e consegnare le armi a una struttura internazionale. Segno ineludibile del fatto che la minaccia non solo è concreta ma anche che la diplomazia americana ha sostanzialmente perso ogni occasione di escludere la Corea del Nord dal tavolo delle potenze nucleari. Lo scacco della dinastia Kim a Washington è chiaro, inutile pensare di poter risolverlo con le stesse politiche di quando Pyongyang non aveva l’arma nucleare, perché ora ce l’ha. Ma a Washington sembra che non abbaino ancora compreso questa evoluzione del problema e si ostinano ad agire attraverso una politica di pressioni e minacce che avrebbe dovuto già essere accantonata visti i risultati assolutamente nefasti. Finché la Casa Bianca non comprenderà che la Corea del Nord è già una potenza atomica e che come tale va trattata, la crisi difficilmente avrà un’evoluzione in senso positivo. Con il rischio che solo una guerra (catastrofica) potrebbe cambiare il corso della storia.

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