Le contraddizioni emerse nella gestione della guerra in Ucraina e della crisi economica delineano un quadro preoccupante per il futuro dell’Unione Europea. Mai come ora l’Ue appare divisa su questioni fondamentali e incerta sulla rotta da seguire. Questa incoerenza di fondo – proclamare principi altissimi senza dotarsi dei mezzi per difenderli, fissare obiettivi ambiziosi senza allineare le politiche necessarie a raggiungerli – rischia di presentare un conto salato.
Sul piano geopolitico, l’Ue rivendica il ruolo di baluardo dei valori democratici contro l’aggressione russa, ma la sua azione concreta è spesso titubante e frammentata. Ha delegato per lo più agli Stati Uniti la guida militare e strategica nel sostegno a Kiev; ora che Washington (in prospettiva) potrebbe voltarsi dall’altra parte o addirittura premere per un accordo scomodo, l’Europa scopre di avere poche carte in mano. L’idea di una “sovranità europea” resta in buona misura uno slogan finché i bilanci per la difesa dei Paesi Ue restano inadeguati e non coordinati. Macron, che più di tutti ha insistito sull’autonomia strategica dell’Europa, ha dovuto in questi giorni fare i conti con la realtà: i partner orientali (Polonia, Baltici) guardano con sospetto ogni apertura negoziale verso Mosca, quelli occidentali (Germania, Italia, Francia stessa) sono divisi tra falchi e colombe, e soprattutto nessuno vuole o può sostituire il ruolo americano nel garantire la sicurezza del continente.
In definitiva, l’Ue rischia di apparire incoerente e impotente: un gigante economico con i piedi d’argilla politici. L’esito peggiore sarebbe un cedimento sulla questione ucraina che comprometta la credibilità europea: se l’Ue accettasse una pace punitiva per Kiev, tradendo i propri proclami, subirebbe un danno morale enorme oltre che geostrategico, incoraggiando altri attori ostili (si pensi alla Cina su Taiwan) a mettere alla prova la sua tenuta. D’altro canto, se l’Ue resta ferma sulle sue posizioni ma Trump procede comunque unilateralmente, l’Europa dovrà decidere se adeguarsi turandosi il naso o opporsi isolandosi dall’alleato americano – un dilemma lacerante che potrebbe spaccare l’Unione dall’interno, con Paesi disposti al realismo e altri irriducibili sulla linea dura.
Il rischio della disunione
A questo proposito, c’è chi prospetta scenari da crisi esistenziale. Il politologo Ian Bremmer ha avvertito che le rinnovate pressioni USA (come le richieste di Trump che l’Europa riequilibri la bilancia commerciale acquistando più gas e petrolio americani, sotto la minaccia di dazi) potrebbero esacerbare le criticità croniche dell’Ue e addirittura “minacciare il continente con una crisi esistenziale in grado di rompere l’unità europea”. È uno scenario estremo, ma non impossibile: crepe tra gli alleati europei già si intravedono, ad esempio, nella diversa esposizione alla crisi energetica (chi soffre di più spinge per far cessare la guerra al più presto, chi soffre di meno è più incline a mantenere il punto). Se a queste tensioni interne si aggiungono spinte esterne contrarie – una Casa Bianca meno cooperativa, o al contrario un’ingerenza russa volta a dividere e influenzare alcuni Governi – il rischio di disunione aumenta.
Dal punto di vista economico, le incoerenze delle politiche Ue potrebbero minare nel profondo la fiducia dei cittadini nel progetto europeo. L’alta inflazione combinata a bassa crescita è un cocktail socialmente esplosivo: aumenta le disuguaglianze, fa salire la disoccupazione (specie se le imprese continuano a chiudere per i costi insostenibili), e alimenta movimenti populisti pronti a dare la colpa “a Bruxelles” di tutti i mali. Già si vedono segnali di malcontento: Governi euroscettici o radicali hanno vinto elezioni in alcuni Paesi (Italia compresa) capitalizzando il voto di protesta; partiti estremisti guadagnano terreno anche in nazioni storicamente pro-Ue, cavalcando il tema del caro-vita. Se l’Ue non riuscirà a correggere la rotta economica, fornendo soluzioni efficaci all’inflazione e rilanciando la crescita, il pericolo è un’erosione ulteriore del consenso popolare verso l’Unione. E senza il sostegno dei suoi cittadini, il progetto europeo diventerebbe vulnerabile a spinte centrifughe.
L’emergenza e gli obiettivi di lungo periodo
In conclusione, l’Unione Europea si trova davanti a sfide epocali che ne mettono a nudo contraddizioni e punti deboli. La gestione del dossier ucraino evidenzia il divario tra l’ambizione di essere un attore geopolitico autonomo e la realtà di una dipendenza ancora marcata dagli Stati Uniti – e persino l’incapacità di mostrarsi davvero unita al proprio interno. La situazione economica, dal canto suo, stressa il modello europeo di solidarietà e prosperità condivisa: l’inflazione, la crisi energetica e la crescita zero sono test durissimi per la coesione tra stati membri e per la tenuta del mercato unico. L’incoerenza nelle politiche – ad esempio, puntare tutto sulle sanzioni a Mosca senza avere un piano per l’energia, o chiedere austerità monetaria mentre si spendono centinaia di miliardi in aiuti d’emergenza – rischia di aggravare questi problemi invece di risolverli.
Il futuro dell’Ue dipenderà dalla capacità di superare tali incoerenze e ritrovare una visione comune efficace. Servirebbe un colpo di reni politico: investire davvero in difesa e diplomazia comune, per non farsi trovare ancora una volta impreparati di fronte ai ricatti delle superpotenze; e al contempo varare politiche economiche coordinate che affrontino l’emergenza senza tradire gli obiettivi di lungo termine (transizione energetica equilibrata, riforme per la competitività, condivisione equa degli oneri finanziari tra Paesi). L’Unione ha spesso mostrato di sapersi rafforzare attraverso le crisi – “unita nella diversità” è il suo motto – ma questa volta la prova è particolarmente ardua. Sulla tenuta di fronte al dossier ucraino e sulla gestione della tempesta economica in corso si giocherà buona parte della credibilità e dell’avvenire stesso dell’Unione Europea. Le contraddizioni attuali, se non risolte, potrebbero costare care: in termini di peso internazionale, di benessere economico e, in definitiva, di unità del progetto europeo.
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