“L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Con queste parole, il 9 maggio del 1950, il politico francese Robert Schuman pose le basi per la prima vera collaborazione europea successiva alla Seconda guerra mondiale: la Ceca. Da quel momento in poi, la storia d’Europa è stata segnata da un progressivo avvicinamento tra i Paesi, fino alla nascita dell’attuale Unione europea, creata con lo scopo di giungere alla finale unificazione del Vecchio continente e porre le basi per un futuro più prospero per tutti i cittadini europei.
A 70 anni dalle parole di Schuman, però, è impossibile non leggere le sue parole con venato pessimismo. Una sorta di premonizione, che non può che risultare quanto mai vera proprio ai giorni nostri: l’Europa non si farà in una volta sola, e nemmeno in oltre mezzo secolo. Neppure di fronte alla pandemia di coronavirus, alla crisi migratoria che ha messo in ginocchio i paesi di confine ed alla recessione economica che nei prossimi mesi potrebbe mietere anche vittime illustri all’interno del panorama europeo. E in questo scenario, forse, all’alba del 2020 ci siamo riscoperti quanto più disuniti che mai.
Tutti contro tutti
Contrariamente a quelli che sono i pilastri fondanti dell’Unione europea, è parso chiaro negli ultimi anni come l’importanza degli obiettivi comuni sia andata scemando a favore dei singoli interessi nazionali. Con i Paesi del nord attenti più alle proprie casse rispetto all’aiutare gli alleati in difficoltà e con il blocco di Visegrad assolutamente ostile a qualsiasi ripartizione delle ondate migratorie, ecco che l’Europa si è scoperta essere un’unione davvero mal riuscita.
Sin dagli accordi di Dublino e dal piano di salvataggio della Grecia in avanti, la sensazione è stata quella che gli unici calcoli fossero quelli fatti per il proprio tornaconto economico. Ed è stato in questo modo che la Germania, l’Olanda e i paesi scandinavi hanno tentato – in parte riuscendoci – ad imporre la propria visione sull’Europa. Sì, ma con l’unico scopo di portare a casa un utile personale, disinteressandosi dei problemi che hanno invece colpito e molto spesso atterrato i Paesi del sud d’Europa.
Le ripartizioni dei migranti provenienti dal Nord Africa e dalle coste della Turchia sono state un fallimento dietro l’altro, con Italia e Grecia che de facto sono state ripetutamente abbandonate al proprio destino. La pandemia di coronavirus ha evidenziato tutti gli egoismi nella ripartizione dei più necessari dispositivi medici. E la crisi economica, in ultima battuta, ha messo in evidenza la volontà da parte dei Paesi frugali di mettere un cappio al collo agli alleati in difficoltà – piuttosto che volerli realmente aiutare – come si evince da una lettura accurata del Meccanismo europeo di salvaguardia e del Recovery Fund.
Noi siamo la dis-unione europea
È impossibile immaginare gli Stati Uniti come cinquanta teste pensanti che operano ognuno per il proprio tornaconto. Al netto infatti di secondarie questioni, gli Stati Uniti – aiutati anche da una storia ben differente – sono in grado di muoversi all’unisono, con lo scopo di portare a casa gli obiettivi comuni, lasciando la spartizione del bottino soltanto ad un secondo momento.
In Europa non siamo mai stati capaci di impostare un discorso di questo tipo. Con il Regno Unito e la Francia che si sono sempre impegnati nelle proprie battaglie e con i Paesi del nord che si sono interessati all’equilibrio dei propri conti economici, l’Europa non è mai stata dotata di un pensiero comune. Ed un corpo che non viene mosso da un singolo cervello bensì da una moltitudine di attori, il ritmo ed i movimenti sono destinati ad essere scoordinati e soprattutto inefficaci nelle grandi logiche internazionali.
Noi siamo la dis-unione europea, un miscuglio di formule ripetute quasi come dei mantra e che celebrano l’unità comune e la comunanza dei popoli. Ma soprattutto – e, in fondo, ciò è dettato anche dal nostro passato – siamo anche la terra degli egoismi, dove l’interesse del singolo viene e verrà sempre anteposto a quello del nostro prossimo.
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