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Nei mesi estivi il Regno Unito ha conosciuto un miglioramento notevole dei suoi indicatori economici, come confermato dai dati sull’occupazione e sulle dinamiche salariali diffusi nella giornata dell’11 settembre dall’Ufficio nazionale di statistica del Regno Unito (Ons). “L’Ons ha reso noto che nel secondo trimestre di quest’anno salari e stipendi sono cresciuti in termini nominali del 2,9 per cento. In termini reali, la crescita è stata dello 0,5 per cento al di sopra dell’inflazione, il maggior incremento registrato dall’inizio del 2017. La disoccupazione è rimasta stabile al 4 per cento della forza lavoro, il livello più basso registrato da 43 anni”, riporta Agenzia Nova.

Di jobs miracle parla l’Economistsottolineando tuttavia come il salario reale ristagni ancora sotto i livelli pre-crisi, in un blocco decennale che il Regno Unito non conosceva dai tempi delle guerre napoleoniche.

La politica monetaria della Bank of England traina l’economia del Regno Unito

La forte crescita dei redditi da lavoro, commenta il Times, conferma l’efficacia della politica della Banca d’Inghilterra, che lo scorso mese ha innalzato i tassi di interesse, ed apre la strada a nuovi aumenti dei tassi, dopo aver deliberato nella giornata del 13 settembre di volerli mantenere all’attuale livello dello 0,75% con voto unanime dei membri del consiglio, confermando l’orientamento secondo cui sarà necessario procedere con un “graduale” aumento dei tassi.

Un attestato di fiducia del governo di Theresa May verso la principale istituzione finanziaria del Regno Unito è sicuramente scaturita dall’avvio delle trattative tra il ministero del Tesoro e la Bank of England per mantenere alla guida dell’istituto Mark Carney anche oltre il termine del mandato previsto per il 2019. Londra vuole che la Bank of England sia un baluardo a cui ancorarsi mano a mano che la Brexit si avvicina (oramai mancano poco più di sei mesi) e le incertezze sul futuro permangono.

La Brexit c’entra poco con gli attuali indicatori del Regno Unito

La Brexit rimane, al di là di ogni appello catastrofistico, una terra incognita: l’assoluta mancanza di precedenti e la predominanza della cronaca di breve termine sull’elaborazione politica di lungo periodo rendono molto difficile stimare i possibili dividendi o i costi associati al definitivo distacco di Londra dal Regno Unito.

Al tempo stesso, imputare determinati risultati economici a precisi avvenimenti è altrettanto difficile: l’approssimarsi della Brexit ha poco o nulla a che fare con l’attuale momento vissuto dal Regno Unito. L’analista Matthew Turner, citato da Business Insider, ritiene infatti che la congiuntura attuale sia il frutto del trend conosciuto dal Regno Unito nell’ultimo decennio, che ha ovviato alle carenze strutturali legate alla bassa produttività e alla scarsa disponibilità di personale ad alta professionalizzazione con un assorbimento pressoché completo dei lavoratori a media o bassa specializzazione.

Ciò spiegherebbe anche il ristagno dei salari reali, non trainati nella fascia superiore; al tempo stesso, si sta parlando di dinamiche di lungo periodo che con la Brexit impatteranno ma che ad essa non sono strettamente legate.

La fiducia economica per il post-Brexit rimane abbastanza alta: la questione più delicata è nel teatro politico-istituzionale, dato che sul deal con Bruxelles Theresa May gioca la sua sopravvivenza politica. Una turbolenza economica per il Regno Unito potrebbe essere all’orizzonte solo se si concretizzasse lo scenario più temuto da politici e investitori, la Brexit senza accordo: proprio in vista di queste dinamiche il governo vuole che uomini come Carney, tra i principali contribuenti della positiva congiuntura attuale, siano al loro posto nel momento decisivo.

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