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Il prossimo 7 febbraio in Ecuador si andrà alle urne per eleggere il presidente e i 137 membri dell’assemblea nazionale, per il periodo 2021-25, in un contesto dove l’amministrazione uscente di Lenin Moreno ha raggiunto un indice di disapprovazione del 90% da parte dei cittadini. I sondaggi mostrano che fra il 40 e il 50 per cento degli aventi diritto non ha ancora stabilito a chi darà il proprio voto e il 37 per cento pensa annullarlo o consegnare una scheda bianca. A questa valanga di indecisi e disillusi, risponde un numero eccezionale di aspiranti, sedici in totale, tra i quali una sola donna. La rosa annovera accoliti dell’Opus Dei e della Chiesa evangelica contrari all’aborto e la diversità delle orientazioni sessuali, eccentrici che hanno fatto comizi in uniforme militare e con mezzi blindati, portavoce di interessi petroliferi e minerari, imprenditori di vecchia e nuova generazione, e una pletora di ex ministri e prefetti. Intanto, il Consiglio nazionale elettorale (Cne) ha dovuto licenziare 570 dipendenti per mancanza di risorse.

La campagna è stata una delle più convulse dal ritorno alla democrazia nel 1979, dovuto a tre questioni principali, che per quanto superate, hanno lasciato agitate le acque nelle quali dovrà navigare l’esecutivo: la partecipazione dell’ex presidente Rafael Correa, in esilio in Belgio, il quale è stato inabilitato per otto anni, a causa di una sentenza per corruzione; il tentativo di frenare per vie legali il binomio Andrés Arauz e Carlos Rabascall, della Unión por la Esperanza (Unes), appoggiato da Correa; e la polemica cancellazione dalle liste di Álvaro Noboa, multimilionario alla sua ottava prova, per gli analisti ecuadoriani l’unica opzione capace di fermare l’Unes – si era collocato in testa al solo annuncio della sua corsa -, e che ha provocato un clima di sfiducia nel Cne.

L’ingerenza degli Stati Uniti rimane un nodo non risolto. Un’alleanza di muto beneficio ha permesso l’estradizione dell’ideatore di Wikileaks Julian Assange, dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra, in cambio dell’affossamento dei reati imputati a Moreno, e ai suoi soci e famigliari. La stessa protezione viene garantita all’impresario di destra Guillermo Lasso, che si lancia per la terza volta. Considerato “l’uomo di Washington”, è a capo di un apparato di holding finanziarie, tra cui la Banca Guayaquil, e compagnie offshore, 49 nelle isole Cayman e in Florida, che attraverso operazioni di riciclaggio immobiliare, gli ha permesso di eludere gli obblighi fiscali ed esportare valuta all’estero.

Il panorama continua a essere caratterizzato da una propaganda contro il correísmo che si teme eserciti la stessa influenza avuta da Evo Morales nella vittoria del Movimiento Al Socialismo in Bolivia sullo schieramento conservatore. La persecuzione politica e mediatica, che nella sua fase più acuta ha avuto anche un braccio giudiziale, si è concretata in un attacco comune e persistente di tutte le fazioni a Andrés Arauz, ex ministro di Correa. L’iconografia legata a Correa ha dovuto essere eliminata da tutte le immagini pubblicitarie della Unes e la politica ecuadoriana continua a essere incasellata nella disputa fra il correísmo e la sua antitesi. In questo scenario, la sfida per l’Unes è una vittoria al primo turno, e con un ampio margine, per evitare accuse di frode, o l’unificazione del fronte opposto.

Un fattore di novità proviene dal movimento indigeno Pachakutik, protagonista delle sollevazioni sociali del 2019, che avanza la candidatura di Yaku Pérez Yacambel. Nonostante la vicinanza delle posizioni, Pachakutik, che potrebbe garantire una vittoria senza discussioni, è stato restio nel suo avvicinamento all’Unes. L’alleanza non ha avuto luogo a ragione dell’esacerbazione del modello “estrattivista”, al quale Correa ha aderito durante il boom delle materie prime, e che i popoli nativi dell’Ecuador hanno osteggiato. Inoltre, il loro progetto plurinazionale, antineoliberale e anticoloniale, è nella sostanza lontano dalla matrice nazionalpopolare che oggi esprime il correísmo. Ci sarebbero, comunque, gli indizi di un dialogo su tematiche rilevanti e la rappresentanza indigena. La mobilitazione nazionale del 28 gennaio in rifiuto a Moreno, e la sua gestione economica fallimentare, che include gli ambiti della riforma delle pensioni e la privatizzazione di settori strategici dello stato, come lo sfruttamento petrolifero e minerario, la gestione dell’energia elettrica e le telecomunicazioni, e dove entrambe le forze hanno marciato, potrebbe esserne una dimostrazione.

In realtà, solo tre progetti hanno reali possibilità numeriche di arrivare alla meta, o almeno al secondo turno: quello del correísta Andrés Arauz, quello indigenista di Yaku Pérez Guartambel, e quello di Guillermo Lasso. Gli altri non superano il 2 per cento e, nemmeno, dimostrano volontà di creare alleanze o ritirarsi.

A dispetto del consenso, tuttavia, non sono basate su piattaforme realiste e compongono un quadro disarticolato. Sebbene i dati della Banca Mondiale indichino l’Ecuador come la terza economia della regione con maggiore decrescita nel 2020, molte proposte peccano di pericoloso demagogismo, e sono prive di stanziamenti, dal reddito di cittadinanza di mille dollari per un milione di persone di Arauz, passando per la legalizzazione del porto d’armi nelle zone rurali di Lasso, fino ai sussidi per i combustibili di Pérez. Tutti hanno promesso la riduzione delle tasse, l’immunizzazione al Covid-19 universale senza costo, la modernizzazione del sistema di salute, e internet gratuito.

A pochi giorni dal suffragio, Arauz denuncia manovre del governo in carica per ritardare le elezioni e impedire la convocazione dei cittadini residenti all’estero, chiamando gli osservatori internazionali alla vigilanza. Arauz è il favorito con il 37.4% delle intenzioni di voto e il 49.4% delle preferenze raccolte da una inchiesta posteriore alle tribune televisive di Comunicaliza. Gli avversari Lasso e Pérez restano al di sotto del 13 per cento. Il seguitore meglio posizionato è bloccato sul 6.

L’asse del dibattito è stata la dicotomia tra uno schema neoliberale, fondato sulla riduzione dell’intervento dello stato, compresa l’educazione, e le privatizzazioni, e la sua critica, con al centro la protezione sociale dei cittadini, la riduzione della povertà e l’esclusione. Ciò che preoccupa la popolazione è la mancanza di opportunità lavorative e la disoccupazione per il 27.3 per cento degli intervistati; una cifra superiore ai timori della pandemia che si assestano al 19.9 per cento. Ma le soluzioni non appaiono efficaci o convincenti.