Il 23 maggio il volo Ryanair FR4978 in volo da Atene a Vilnius è stato dirottato mentre attraversava lo spazio aereo bielorusso da un Mig-29 di Minsk che lo ha costretto ad atterrare sull’aeroporto della capitale della Bielorussia.

Quello che si configura come un vero e proprio atto di pirateria è stato compiuto per arrestare Roman Protasevich, un dissidente bielorusso che ha collaborato attivamente al canale Telegram “Nexta”, già noto per essere stato il mezzo di comunicazione che è servito per coordinare e chiamare a raccolta i protestanti durante le giornate di sommossa che si sono viste in concomitanza con le elezioni vinte da Alexandr Lukashenko l’anno scorso.

Il dirottamento è avvenuto molto probabilmente dopo che agenti del Kgb di Minsk, che si sono imbarcati sull’aereo di linea, hanno comunicato la presenza del dissidente, legato all’oppositrice Svetlana Tikhanovskaya, sul volo. Protasevich risulta che sia stato arrestato dalle autorità bielorusse una volta a terra.

A rischio la distensione tra Mosca e Washington

Quanto accaduto è un vero e proprio “fulmine a ciel sereno” in un momento in cui le relazioni diplomatiche tra Ovest ed Est sembravano aver preso la strada del “raffreddamento” dopo il clima da Guerra Fredda che si era avuto in occasione della recente crisi per il Donbass, che ha visto una vera e propria escalation militare nella regione del Mar Nero.

La settimana scorsa, infatti, a Reykjavik il segretario di Stato americano Antony Blinken ed il suo omologo russo Sergei Lavrov hanno gettato le basi per il “disgelo” tra Mosca e Washington nel primo vertice bilaterale tra le due massime autorità dei rispettivi dicasteri agli Esteri.

Blinken, nonostante abbia avvisato Mosca che se la Russia agirà in modo aggressivo contro gli Stati Uniti e i suoi partner e alleati, Washington risponderà adeguatamente, ha aggiunto che, nonostante “le loro divergenze” gli Usa “vogliono una relazione stabile e prevedibile con la Russia” dimostrando ancora una volta come la politica di oltre Atlantico nei riguardi dell’avversario si basi sullo scontro ma senza arrivare a destabilizzare lo status quo.

Per Lavrov, Russia e Stati Uniti “hanno grandi divergenze nella loro valutazione della situazione internazionale” ma Mosca “è pronta a discutere tutti i temi” sul tavolo purché “la discussione sia onesta e basata sul rispetto reciproco” facendo trapelare quello che è sempre stato il desiderio del Cremlino dal termine della Guerra Fredda, ovvero di trattare con Washington “da pari” e non come una nazione subalterna.

Ci sono margini di riappacificazione, nonostante tutto, in quanto, sempre il ministro degli Esteri russo, ha detto che se i due Paesi “riescono a lavorare insieme, il mondo sarà un posto più sicuro”. L’incontro, visto il buon esito, potrebbe essere propedeutico al primo vertice tra i presidenti di Usa e Russia, previsto tra alcune settimane, che potrebbero incontrarsi in Svizzera.

La strada però, è costellata di ostacoli, e il fatto che gli ambasciatori delle due parti rimarranno nelle rispettive capitali “ancora per un po’” testimonia l’insoddisfazione per l’attuale situazione delle relazioni e il desiderio di analizzarne a fondo lo stato e le possibili opzioni per un ulteriore sviluppo, come ha riferito lo stesso Lavrov alla Tass.

Il dirottamento del volo Ryanair giunge come un macigno su questa situazione precaria, e siamo convinti che al Cremlino non siano per nulla contenti di questo ennesimo “colpo di testa” di Lukashenko.

Lukashenko è un “male necessario”

Il satrapo bielorusso risulta infatti essere un vero e proprio “male necessario” per Mosca, che, dopo aver perso l’Ucraina, finita definitivamente in orbita occidentale e a un passo dall’entrare nella Nato, vede minacciare anche la sua seconda “porta occidentale” rappresentata dalla Bielorussia.

Il malcontento popolare verso Lukashenko, che proprio in queste ore ha dato un’ulteriore stretta in senso repressivo introducendo il divieto alla copertura in tempo reale di eventi di massa tenuti in violazione dell’ordine stabilito, al fine di divulgarli o diffonderli proibendo contestualmente anche ai media e ai giornalisti di partecipare alle stesse, viene visto dal Cremlino come un pericoloso preambolo di quella che potrebbe essere una nuova “rivoluziona colorata” col serio rischio di avere un nuovo governo filo-occidentale alle proprie porte dopo quello ucraino.

Lukashenko, poi, non è proprio da considerarsi un fedelissimo di Mosca: nel corso della sua pluridecennale gestione della Bielorussia ha più volte guardato alla Nato come a un possibile partner militare (l’ultima volta a gennaio 2020) e ha anche espresso solidarietà a Kiev a dicembre 2019 proprio davanti alla stampa russa accusata, in quell’occasione, di essere faziosa perché dipinge, secondo lui a torto, i dirigenti ucraini come nemici; sempre Lukashenko non esitò ad accusare Mosca di mirare ad annettere Minsk usando le forniture di petrolio e gas, finora vitali per il Paese, come strumento di ricatto.

Il presidente bielorusso rappresenta quindi un alleato scomodo per il Cremlino, che è cosciente del fatto che la Bielorussia sia l’ultimo tassello, per gli Stati Uniti, per sigillare definitivamente la Russia entro i suoi confini occidentali. Minsk però è anche l’unico alleato, seppur bizzoso, su cui Mosca può contare all’interno del Vecchio Continente e che tiene legato a sé da consistenti vincoli geopolitici difficili da recidere. Tali vincoli sono emersi palesemente proprio in occasione delle rivolte elettorali: la Russia si era detta pronta a intervenire militarmente in caso di necessità proprio per stabilizzare la regione, più che per salvare Lukashenko, e successivamente ha ulteriormente stretto questo vincolo “militare” affermando che le Forze Armate di Mosca adempiranno ai compiti di protezione degli interessi e dei popoli dell’Unione Statale di Russia e Bielorussia.

La pazienza del Cremlino ha un limite

La pazienza di Mosca per le bizze di Lukashenko potrebbe però essere esaurita. Già nel recente passato, proprio durante le rivolte in Bielorussia, eravamo venuti a sapere da fonti russe che il Cremlino stava accarezzando l’idea di abbattere il leader di Minsk sostenendo un’opposizione democratica ma allineata alla visione russa, appunto per allontanare la possibilità di un ulteriore e decisivo ingresso dell’Occidente nel Paese (evitando così un secondo scenario tipo Ucraina).

Quanto accaduto ieri potrebbe fornire il pretesto per ulteriori coinvolgimenti occidentali in Bielorussia che sicuramente non sarebbero graditi da Mosca, e per nuove proteste popolari. Del resto l’alto rappresentante Ue Josep Borrell ha affermato che sia “necessario condurre un’indagine internazionale su questo incidente per accertare qualsiasi violazione delle regole dell’aviazione internazionale”, aggiungendo che “l’Ue valuterà le conseguenze di questa azione, compresa l’adozione di misure contro i responsabili”.

Le parole di Borrell fanno eco a quelle del segretario di Stato Blinken che ha fatto sapere in un tweet che gli Stati Uniti condannano “fermamente l’atto sfacciato e scioccante del regime di Lukashenko di deviare un volo commerciale e arrestare un giornalista. Chiediamo un’indagine internazionale e ci stiamo coordinando con i nostri partner sui prossimi passi. Gli Stati Uniti stanno con il popolo della Bielorussia”. Una retorica che sicuramente non sarà piaciuta al Cremlino in quanto ricorda troppo quelle usate durante le crisi di Georgia e Ucraina.

Ecco perché, secondo chi scrive, l’atto di pirateria non è stato effettuato col placet del Cremlino, che ufficialmente deve comunque mantenere una linea accondiscendente verso l’alleato bielorusso in funzione antioccidentale, bensì si è trattato di un’azione autonoma di Minsk che sta dando molti grattacapi a Mosca, che potrebbe decidere, in un prossimo futuro, di esautorare Lukashenko una volta per tutte.

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